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Renzi cede all'alleanza, ma rilancia: il Pd vince se attacca, non in difesa

di Emilia Patta


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(Ansa)

4' di lettura

Innanzitutto, l'orgoglio delle cose fatte: «Rivendicare i risultati è un nostro dovere: il Paese non è ripartito per caso. Nel 2014 c'era chi voleva portare il Paese fuori dall'euro e chi lo ha portato fuori dalla crisi. Chi lo ha fatto si chiama Partito democratico, non altri». E orgoglio delle cose fatte significa orgoglio per il Jobs act che ha creato quasi un milione di posti di lavoro, per la Buona scuola che ha permesso la regolarizzazione di 100mila insegnanti precari, per gli 80 euro in busta paga che andranno estesi anche ad altre categorie. Indietro non si torna, insomma.

Il Matteo Renzi che chiude la conferenza programmatica del Pd a Napoli parla di inclusione, di necessità di dialogare al centro e a sinistra per costruire quella coalizione larga che in tanti nel Pd, a cominciare da premier Paolo Gentiloni, gli chiedono. È un Renzi che vuole essere più rassicurante, più "democristiano" del solito. Ma il dialogo a sinistra – avverte subito- è possibile solo a patto che non si chieda al Pd di rinunciare alle sue idee, come evocano gli scissionisti di Mdp quando chiedono discontinuità nelle politiche economiche degli ultimi anni come condizione per un accordo politico alle prossime elezioni.

«Niente veti al centro e a sinistra»
«Non si possono mettere veti sulle realtà che vengono dal centro – dice Renzi ricordando l'inevitabilità dell'alleanza con Ap di Angelino Alfano e il mondo cattolico che sostiene il governo -. E non possiamo permetterci veti alla nostra sinistra: senza Pd, fuori dal Pd, non c'è la rivoluzione socialista ma ci sono Salvini e Di Maio. Apriamo un ragionamento sui contenuti, senza veti, perché i voti sono più importanti dei veti. Ma non rinunciamo alle nostre idee».
In realtà Renzi non crede nella possibilità di alleanza con chi come Pierluigi Bersani o Massimo D'Alema è da poco, e così rumorosamente, uscito dal Pd. Né ci credono gli esponenti della minoranza interna, nonostante le dichiarazioni ufficiali, a cominciare dal Guardasigilli Andrea Orlando. I possibili alleati a cui il segretario e i dirigenti del Pd a lui più vicini guardano sono da una parte i centristi che sostengono il governo (il ministro degli Esteri Alfano, ma anche personalità cattoliche che provengono da Scelta civica come Lorenzo Dellai, presente in questi giorni alla conferenza programmatica di Napoli); dall'altra Campo progressista di Giuliano Pisapia con il mondo dell'ambientalismo, dei radicali, dei sindaci "arancioni". A ben vedere è il vecchio fronte del sì al referendum, quello del popolo del 40% in cui Renzi continua a riporre la sua fiducia.

«Se giochiamo in difesa per Pd sconfitta sicura»
Renzi parla a Napoli dopo lo strappo istituzionale su Bankitalia, con la mozione del Pd lanciata come un siluro contro la riconferma di Ignazio Visco nella carica di governatore a pochi giorni dalla scadenza del mandato, e dopo l'uscita dal Pd a causa del ricorso alla fiducia sul Rosatellum del presidente del Senato Pietro Grasso. Due episodi sui quali Renzi, nonostante la tregua con il premier Gentiloni appena siglata a bordo del treno del Pd, fa intendere che la campagna elettorale continuerà a giocarla a modo suo, a dunque all'attacco e non in difesa («se ci limitiamo a giocare in difesa, se ci limitiamo a fare catenaccio, porteremo il Pd a sconfitta sicura», dice con franchezza).

«Bankitalia: salvati i conti corrente dei cittadini»
Ecco le parole del segretario dem su Bankitalia: «L'unica cosa che abbiamo salvato sono stati i conti corrente dei cittadini, dei risparmiatori. Non abbiamo scheletri nell'armadio, non abbiamo niente da temere. Ma i commentatori sembrano ignorare l'intreccio perverso che c'è stato per 15 anni in Italia tra interessi aziendali, editoriali, dinamiche politiche con la vigilanza bancaria. Dirlo non è populismo ma è politica».

«Dolore per addio Grasso, ma fiducia non è violenza»
Ed ecco le parole del segretario dem sul caso Grasso e sulle accuse di aver usato violenza politica imponendo la fiducia su una materia delicata come la legge elettorale: «Ho vissuto con dolore il fatto che il presidente del Senato abbia lasciato il Pd e mi dispiace, non dobbiamo fare polemiche con la seconda carica dello Stato. Ma non possiamo accettare che si dica che la fiducia, prevista dal diritto parlamentare, è un atto di violenza: non lo è stato, un atto di violenza. No a un vocabolario da ultrà: non è violenta la fiducia, non è vigliacco chi non la pensa come te, non è eversiva una mozione parlamentare approvata con il parere positivo del governo. Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti».

Sul treno del Pd verso Roma
Chiusa la kermesse di Napoli con la foto di gruppo (Gentiloni, ma anche tutti i ministri del Pd), Renzi riparte con il treno del partito verso Roma. Con lui, oltre a qualche cronista, ci sono i ministri Marco Minniti, Dario Franceschini, Claudio De Vincenti, Valeria Fedeli e la sottosegretaria alla Presidenza Maria Elena Boschi. Andrea Orlando non c'è, ma fa sapere via intervista che da parte della minoranza non ci saranno richieste di rese dei conti interne dopo la sconfitta – già messa in conto - alle elezioni siciliane di domenica prossima. Ci saranno senz'altro altri affondi renziani, ci saranno altri momenti di tensione con il governo prima del voto (probabilmente iol 4 marzo). Ma è troppo tardi per immaginare complotti volti alla destituzione del re: in fondo è quasi tempo di elezioni, ed è il re che dice l'ultima parola sui candidati nei collegi e nelle liste.

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