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Renzi, Gentiloni, Fanfani e i Governi dimissionari

di Gianfranco Fabi

3' di lettura

Caro Fabi, l’ultima crisi politica mi ha lasciato qualche dubbio e perplessità sotto l’aspetto istituzionale. Posso capire le ragioni contingenti per cui Matteo Renzi si è dimesso poche ore dopo aver avuto un voto di fiducia del Parlamento. Mi chiedo tuttavia se, per ipotesi, il Governo successivo non avesse ottenuto la fiducia avrebbe potuto o dovuto ritornare in carica il Governo Renzi, che comunque la fiducia l’aveva avuta pochi giorni prima e che era rimasto in carica anche se solo per “il disbrigo degli affari correnti”, come affermato nel comunicato della presidenza della Repubblica? Ci sono precedenti di questo tipo nella storia politica italiana?
Olivio Torti

Caro Torti, il passaggio di consegne da un Governo a un altro avviene nel momento del giuramento e nella contestuale firma dei decreti di nomina da parte del presidente della Repubblica. Quindi così come non ci possono essere due Governi contemporaneamente in carica, non ci può essere alcun periodo breve o lungo senza un Governo. La formula “disbrigo degli affari correnti” non costituisce un obbligo formale, dato che non ha nessun riferimento a livello costituzionale, ma un semplice invito istituzionale a non approvare provvedimenti che eccedano quella che può essere considerata l’ordinaria amministrazione; resta il fatto che in casi di necessità e urgenza anche un governo dimissionario può varare decreti legge con efficacia immediata.
Quindi, tornando al caso concreto, il Governo Renzi è entrato nei libri di storia nel momento in cui è avvenuto il giuramento del suo successore, Paolo Gentiloni. Se quest’ultimo non avesse avuto la fiducia del Parlamento sarebbe comunque rimasto in carica rimettendo la decisione di tentare altre strade al presidente della Repubblica.
Nella storia politica italiana particolarmente significativo è quanto avvenuto nel 1987. Dopo le dimissioni, il 3 marzo, del secondo governo Craxi, il presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, affida l’incarico di formare un nuovo Governo a Giulio Andreotti che dopo quindici giorni rinuncia, per l’opposizione dei socialisti che tra i democristiani avrebbero preferito Arnaldo Forlani. Cossiga a quel punto affida, con spirito palesemente provocatorio verso i suoi “amici” della Dc, un incarico esplorativo a Nilde Jotti, presidente della Camera ed esponente del Partito comunista. Le divisioni tra Dc e socialisti divengono a quel punto ancora più aspre e Cossiga decide di rinviare Craxi alle Camere, ma la Dc fa dimettere i propri ministri e a Craxi non resta che dimettersi di nuovo. Si parla quindi sempre più esplicitamente di elezioni anticipate. Cossiga affida quindi un incarico prima a Scalfaro, poi a Fanfani, soprattutto nella sua qualità di presidente del Senato. A fine aprile, costituito un Governo, composto da esponenti democristiani e da tecnici, Fanfani si presenta alla Camera per la fiducia. Con l’esplicita volontà di provocare le elezioni anticipate la stessa Dc si astiene dal voto mentre i socialisti votano a sorpresa a favore. Il Governo è bocciato con 131 sì contro 240 no e 193 astensioni. Fanfani sale al Quirinale per le dimissioni e il presidente Cossiga scioglie in Parlamento. È comunque Fanfani a gestire le elezioni che si svolgono il 14 giugno: la Dc ottiene un buon risultato con il 34% dei voti mentre il Pci, che nelle precedenti elezioni aveva avuto una forte crescita dopo la morte di Berlinguer, si ferma al 26%. Si può ricordare che per la prima volta si presenta la Lega che ottenne un seggio in entrambi i rami del Parlamento. Comunque la Democrazia cristiana si conferma l’asse centrale della politica e un suo esponente, Giovanni Goria, forma il 29 luglio il successivo Governo. Fanfani rimase quindi in carica, pur senza avere la fiducia del Parlamento, per più di cento giorni.
g.fabi@ilsole24ore.com

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