IL NO DEL PD AL TAGLIO DEI PARLAMENTARI

Renzi guida la rivolta contro le riforme del M5s

di Emilia Patta


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A guidare la rivolta dem contro il Ddl Fraccaro che modifica la Costituzione tagliando di netto il numero dei parlamentari lè un po' a sorpresa Mateo Renzi (nella foto Ansa), che dell'abolizione del Senato elettivo aveva fatto a suo tempo una bandiera sottolineando anche il tema della riduzione dei costi della politica

2' di lettura

Per una volta il Pd si ritrova unito contro il M5s, se l’antirenziano Luigi Zanda e lo stesso Matteo Renzi gridano in Senato contro il progetto di «svuotare il Parlamento»: il risultato è che sul Ddl Fraccaro che modifica la Costituzione tagliando di netto il numero dei parlamentari (da 630 a 400 alla Camera e da 315 a 200 al Senato) i senatori democratici voteranno no dopo che in commissione si erano astenuti.

E a guidare la rivolta dem contro le riforme del M5s è un po’ a sorpresa proprio Renzi, che dell’abolizione del Senato elettivo aveva fatto a suo tempo una bandiera sottolineando anche il tema della riduzione dei costi della politica. All’incirca 500 milioni a legislatura, lo stesso risparmio stimato per il taglio targato 5 Stelle.

Il punto è che il taglio prefigurato dal Ddl Fraccaro è una taglio sic et simpliciter, che lascia intatta l’anomalia italiana del bicameralismo paritario, con due Camere chiamate a fare le stesse identiche cose. Per questo gli emendamenti del Pd puntano ad abbinare al taglio del numero parlamentari la differenziazione delle funzioni tra Camera e Senato, con quest’ultimo trasformato in una Camera della Autonomie e di garanzia. Un po’ come prevedeva la riforma Boschi bocciata al referendum confermativo il 4 dicembre 2016.

«Tagliare i parlamentari senza superare l’anomalia del bicamerismo paritario rientra in un altro disegno, quello dello svuotamento del Parlamento e del superamento della democrazia rappresentativa tramite democrazia diretta», è il ragionamento fatto da Renzi con i senatori dem. Un ragionamento condiviso anche da Zanda. Il combinato disposto del referendum propositivo, che dà al corpo elettorale la potestà di legiferare direttamente, e il taglio del numero dei parlamentari rientra insomma per il Pd nel disegno Casaleggio di «superare la democrazia rappresentativa con soluzioni plebiscitarie».

Queste le motivazioni, ma c’è naturalmente il contesto generale che aiuta la posizione contraria sulle riforme costituzionali. E il no renziano sul taglio dei parlamentari trascina con sé anche il referendum propositivo all’esame della Camera nonostante i molti emendamenti del Pd accolti dalla relatrice pentastellata Fabiana Dadone.

Una posizione, quella di Renzi, che va inquadrata anche nel dibattito congressuale in corso nel Pd: il paladino del no all’accordo con il M5s non può avallare il voto favorevole su temi importanti come le modifiche costituzionali. In Aula al Senato, a partire da oggi, il Pd sceglierà di schierarsi contro il taglio dei parlamentari. E lo stesso farà alla Camera quando l’Aula ricomincerà a votare sul referendum propositivo nella seconda metà di febbraio.

Certo, se il Pd vota no si porrà il problema del referendum confermativo alla fine del percorso (le modifiche costituzionali necessitano della doppia lettura di Camera e Senato), che a quel punto andrà chiesto. Ma, se proprio si arriverà alla fine del percorso, sul taglio dei parlamentari il Pd può paradossalmente contare sul probabile sì finale di Fi: in questo modo si raggiungerebbe il quorum dei due terzi che impedisce la celebrazione del referendum. E fare la consultazione popolare solo sul referendum propositivo lasciando fuori il tema popolarissimo del taglio dei parlamentari è tutta un’altra storia.

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