le scelte dell’ex premier

Renzi ha deciso: a settembre lascerà il Pd

L’ex presidente del Consiglio sta meditando seriamente l’uscita dal partito in tempi molto ravvicinati: al di là dei rapporti personali lacerati, Renzi non riconosce più il “suo” Pd. «Se lascerò il partito sarà perché nei fatti mi buttano fuori»

di Emilia Patta


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3' di lettura

Prima la mozione di sfiducia a Matteo Salvini sul Russia gate promossa dai renziani e bloccata dal segretario del Pd Nicola Zingaretti «perché ora servirebbe solo a ricompattare il governo». Poi le polemiche sul suo annunciato intervento in Aula al Senato a nome del gruppo dem durante l’informativa del premier Giuseppe Conte, sempre sul Russia gate, che lo hanno infine indotto a desistere. Poi, ancora, le polemiche contro l’iniziativa di raccogliere le firme per le dimissioni di Salvini lanciata dai comitati civici renziani («in poche ore avevamo raggiunto le 20mila firme», dice il coordinatore politico dei comitati Ettore Rosato) e il conseguente stop.

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Infine, nel giorno dell’approvazione con 180 voti della mozione pro Tav del Pd e della crisi politica della maggioranza, l’attacco del tesoriere Luigi Zanda in un’intervista a Repubblica («Renzi aveva promesso che in caso di sconfitta al referendum del 2016 avrebbe abbandonato la politica e invece non lo ha fatto», è la frase incriminata).

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Dal punto di vista dell’ex premier ed ex segretario dem Matteo Renzi la misura è colma e lo spazio di convivenza dentro quella che gli appare sempre più una bad company, ossia il Pd, si è notevolmente ristretto. Tanto che sta meditando seriamente l’uscita dal partito in tempi molto ravvicinati, forse già a settembre. «Gli zingarettiani, attraverso Zanda, mi insultano persino nel giorno della Tav - è lo sfogo di Renzi -. Se lascerò il Pd sarà perché nei fatti mi buttano fuori. Forse vale davvero la pena di prendere atto che non c’è più soluzione».

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Stanco di quello che lui percepisce come un attacco costante, dunque. Ma al di là dei rapporti personali lacerati, che pure in politica contano, l’ex premier non riconosce più il “suo” Pd: le scelte fatte da Zingaretti per la sua segreteria, ossia uno che ha votato No al referendum come responsabile delle riforme (Andrea Giorgis) e uno contrario al Jobs act come responsabile del lavoro (Giuseppe Provenzano), sono dal suo punto di vista la conferma che la stagione riformista del suo governo è non tanto superata quanto rinnegata. Sullo sfondo sempre la questione del rapporto con il M5s: la strategia zingarettiana di dialogare con l’elettorato pentastellato per recuperare i voti “perduti”, magari con la prospettiva di allearsi in futuro con un movimento ridimensionato e rinnovato nella leadership, per Renzi e i suoi non porta da nessuna parte e per di più indebolisce l’efficacia dell’opposizione al governo giallo-verde. I voti “perduti” vanno di contro ricercati - per Renzi e i suoi -prevalentemente nel campo moderato, anche tra gli ex elettori di Forza Italia che non si riconoscono nel centrodestra salviniano.

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Parlare di scissione vera e propria è comunque prematuro: l’ipotesi a cui sta lavorando Renzi è intanto un’uscita solitaria dal Pd (e forse dal gruppo dem del Senato), in attesa che maturino i tempi e le condizioni per lanciare il nuovo progetto politico. L’occasione potrebbe essere la Leopolda di fine ottobre, soprattutto se nel frattempo Salvini dovesse davvero precipitare il Paese verso le urne anticipate. Quello che nelle ultime settimane si è sicuramente allontanato dai ragionamenti di Renzi è il progetto di riconquistare il Pd scommettendo sul logoramento di Zingaretti e sulle possibili sconfitte d’autunno, a cominciare dalle regionali in Emilia Romagna. «Serve una cosa nuova, il Pd ormai è una bad company», dicono i renziani più vicini al leader.

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