SCENARI

Report Nomisma, agroalimentare sempre più green e digitale

Il settore ha dimostrato anche durante la pandemia di avere una forza anticlica e ha lasciato in eredità alcuni cambiamenti che resisteranno in futuro: più attenzione al made in Italy (26%), alla tutela dell’ambiente (22%), alle tipicità del territorio (16%), alla salute (15%)

di Giorgio dell'Orefice

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(AdobeStock)

Il settore ha dimostrato anche durante la pandemia di avere una forza anticlica e ha lasciato in eredità alcuni cambiamenti che resisteranno in futuro: più attenzione al made in Italy (26%), alla tutela dell’ambiente (22%), alle tipicità del territorio (16%), alla salute (15%)


2' di lettura

Il perno è la grande distribuzione, ma esplodono le vendite alimentari online e risorgono da un declino che sembrava inarrestabile i negozi di prossimità. Gli italiani si sono inoltre scoperti più attenti ai prodotti made in Italy e del territorio, è cresciuto l’interesse alla sostenibilità, alla valenza salutistica degli alimenti. Resta forte l’attenzione alla variabile prezzo.

È lo spaccato che è emerso dal report realizzato da Nomisma “Il ruolo economico e produttivo dell’agroalimentare italiano in tempo di Covid-19 e scenari di lungo periodo”, studio commissionato dalla Cia-Agricoltori italiani e presentato nei giorni scorsi in occasione del webinar dedicato al progetto Cia “Il Paese che vogliamo”.

«L’agroalimentare nel corso del lockdown ha mostrato ancora una volta la propria forza anticiclica – ha spiegato Denis Pantini di Nomisma -. Mentre sono andate a picco le vendite di beni non alimentari (-22% in valore nel primo quadrimestre 2020) quelle di cibo hanno mostrato una crescita del 5%. Nella grande distribuzione sono cresciute del 13%, trainate da prodotti base della filiera agroalimentare made in Italy: farine, lieviti, latte e uova che durante la quarantena hanno registrato incrementi del 40%. Bene anche la pasta (+17%), l’ortofrutta (+15%) e il vino (+11%)».

Secondo il report di Nomisma il lockdown lascia in eredità anche alcuni cambiamenti nelle abitudini d’acquisto che con ogni probabilità resisteranno anche in futuro: gli italiani escono dalla pandemia più attenti al made in Italy (26%), alla tutela dell’ambiente (22%), alle tipicità del territorio (16%), alla salute (15%). Mentre erano blindati in casa hanno riscoperto i negozi di vicinato (che hanno così aumentato le proprie vendite del 5% tra maggio e giugno), mentre il segmento che ha davvero messo le ali è stato quello delle vendite online: +120% da gennaio al 21 giugno e +160% solo nel post lockdown (dal 4 maggio al 21 giugno). Un boom che però non è riuscito a compensare la vera voragine aperta nei conti dalla chiusura della ristorazione e del canale horeca (bar e ristoranti) con perdite calcolate in circa 2 miliardi.

«Occorre un intervento straordinario per sostenere e rilanciare il canale horeca almeno in Italia – ha detto il presidente di Federalimentare, Ivano Vacondio -. Senza contare che la chiusura della ristorazione internazionale ha decretato una battuta d’arresto anche per il nostro export che invece fino a marzo era in crescita. Un segnale chiaro invece del fatto che le eccellenze agroalimentari italiane fino all’esplosione dell’emergenza Covid-19 avevano dimostrato di essere più forti persino dei temuti dazi Usa».

«La pandemia restituisce innanzitutto la centralità del settore agroalimentare che ora è evidente a tutti – ha commentato il presidente di Cia-Agricoltori italiani, Dino Scanavino – ma ci ha reso ancora più chiaro di quanto non fosse prima la necessità di investire sugli interventi di digitalizzazione e di ammodernamento della rete dei trasporti, di agevolare percorsi di aggregazione all’interno delle filiere per costruire sistemi produttivi territoriali e di integrare sempre più l’agricoltura con l’agriturismo e l’enogastronomia di qualità».

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