Lavoro culturale

Report Ue: il Covid ha acuito le disuguaglianze per gli artisti

Nel Rapporto della Commissione Cultura del Parlamento Europeo i lavoratori della cultura contribuiscono al 4,2% del Pil Ue ma permane forte precarietà e assenza di status occupazionale

di Francesca Guerisoli

5' di lettura

Il Parlamento Europeo ha pubblicato il Rapporto “The Situation of Artists and Cultural Workers and the post-COVID-19 Cultural Recovery in the European Union”, firmato da Mafalda Damaso, Culture Action Europe (Tere Badia, Gabriele Rosana, Kornelia Kiss, Sebastiano Bertagni, Maya Weisinger), che potrebbe rivelarsi prezioso per il futuro degli artisti e degli operatori dell'arte. Professionisti che, più di altri, stanno soffrendo le conseguenze dell'ondata pandemica e sono, inoltre, interessati da condizioni salariali e di protezione sociale deficitarie ben prima dell'arrivo del Covid-19. Il Rapporto, voluto dalla Commissione Cultura e Istruzione del Parlamento Europeo, intende colmare quelle carenze, delineando gli strumenti dell'Ue utili per adottare un approccio politico che dia vita a un quadro comune sulle condizioni di lavoro nei settori culturali e creativi. Va precisato, tuttavia, che la cultura è uno dei temi su cui l'Ue non ha competenza esclusiva o condivisa; può agire, però, in merito alle politiche sociali, adottando misure per sostenere le azioni degli Stati membri in settori quali la lotta all'esclusione sociale, e in materia di condizioni di lavoro, per cui può stabilire requisiti minimi sotto forma di direttive.

Il lavoro culturale

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L'impatto economico del Covid-19

Il Rapporto evidenzia che la pandemia ha solo acuito tendenze e disuguaglianze che sono preesistenti. Eppure la cultura, oltre a essere alla base del progetto europeo, “capace di unire le nostre società e plasmare il loro futuro comune”, contribuisce in modo significativo all'economia, con il 4,2% del Pil (European Investment Fund, 2019) e la creazione di 7,4 milioni di posti di lavoro (Eurostat, 2020). Il reale impatto economico generato dall'arresto della produzione a causa del Covid-19 lo vedremo nel corso del 2021; intanto, possiamo osservare alcuni dati relativi al 2020, forniti dal rapporto di Ernst & Young: i ricavi nei settori culturale e creativo sono crollati del 31% rispetto al 2019 (il turismo ha perso meno, il 27%), che equivalgono a circa 200 miliardi di euro di entrate. Risulta chiaro che, se non si agisce subito, si determinerà un aumento della precarietà e la rinuncia al proprio lavoro di tanti professionisti del settore culturale.

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La situazione attuale

Partendo da tali presupposti, il Rapporto entra nel vivo della questione fornendo una panoramica sullo status degli artisti e degli operatori culturali in Europa, le loro condizioni di lavoro, la condizione di precarietà e i percorsi di carriera.

1) Il primo punto critico rilevato riguarda la molteplicità delle definizioni di “artista”: “l'assenza di una definizione uniforme di artista sotto un unico status occupazionale, unita all'imprevedibilità dei modelli occupazionali degli artisti, si traduce in un accesso potenzialmente indebolito al sistema di sicurezza sociale, soprattutto in una prospettiva transfrontaliera”.

2) Il secondo punto d'attenzione è relativo alla precarietà degli artisti, che hanno modelli di lavoro atipici caratterizzati da intermittenza, eterogeneità (occupazione regolare, lavoro autonomo, diritto d'autore, sovvenzioni e sussidi), instabilità e propensione alla mobilità internazionale. Questo fa sì che, in un mercato del lavoro frammentato, si registrino spesso bassi livelli di reddito e diffusa precarietà (basti osservare che i finanziamenti a breve termine sono quelli da cui dipendono maggiormente gli artisti). Alcuni Stati membri si sono occupati dello status dell'artista nel mercato del lavoro con una legislazione omnibus (ad esempio, Bulgaria e Germania), altri forniscono una legislazione specifica per gli artisti (ad esempio, Spagna e Lituania), altri ancora affrontano il problema anche con politiche culturali (come i Paesi Bassi).

Il Rapporto sottolinea, inoltre, che “è sempre più riconosciuto che leggi dedicate relative allo status dell'artista conferiscono a quest'ultimo un livello di importanza maggiore”; anche l'Italia se ne sta occupando: recentemente, la Commissione Cultura del Senato ha chiesto al Governo di agire in tal senso.

Il sistema della sicurezza sociale

Durante la pandemia, molti artisti hanno espresso la difficoltà di dimostrare il loro status lavorativo e quindi l'ammissibilità alla disoccupazione e ad altri benefici. Se la Germania si caratterizza come il Paese con uno dei sistemi di sicurezza sociale più completi per gli artisti lavoratori autonomi, guardando agli Stati emerge una molteplicità di situazioni. Altri ancora, tra cui Italia, Danimarca, Malta e Romania non hanno misure di sicurezza sociale specifiche rivolte agli artisti (Panteina, 2020). Il Rapporto ricorda che una possibile soluzione al problema era stata data dalla Risoluzione del Parlamento Europeo del 2007 sullo Status Sociale degli Artisti, ovvero di istituire un registro degli artisti. Dalla ricerca emerge, inoltre, che gli artisti sono spesso soggetti a razzismo, xenofobia, discriminazione ed esclusione ed è presente un gap di genere nella maggior parte dei campi culturali. Se le donne costituiscono il 48% degli occupati (contro il 46% nell'economia europea più ampia), tuttavia “persiste un divario di genere multiforme”: le donne sono “gravemente sottorappresentate (...) in ruoli creativi chiave” (Freemuse, 2018).

Cosa deve fare l'Ue secondo il Rapporto

Per evitare che molti professionisti lascino il settore e migliaia di istituzioni chiudano, la soluzione individuata dal Rapporto è quella di rafforzare lo status degli artisti e dei lavoratori culturali e insieme la resilienza del settore: “Un quadro europeo per le condizioni di lavoro nei settori e nelle industrie culturali e creative fornirebbe uno strumento politico multidimensionale, olistico e coerente, contribuendo a stabilire standard minimi, affrontando fragilità e disuguaglianze strutturali. Il quadro contribuirebbe alla sostenibilità dei settori e delle industrie culturali e creative dopo Covid-19, insieme a forme immediate di azione (accesso ai finanziamenti, supporto amministrativo, ecc.)”. Le misure da adottare per raggiungere tale scopo, individuate dal gruppo di ricerca, sono: l'adozione di una nuova risoluzione sullo status dell'artista da parte del Parlamento europeo che tenga conto dei cambiamenti strutturali nel settore culturale e dell'impatto del Covid-19 e della loro sovrapposizione con temi come il mercato interno, l'esclusione sociale, la coesione, la libertà, la sicurezza e giustizia; l'adozione di requisiti minimi (riguardanti la tassazione semplificata del lavoro transfrontaliero e l'accesso semplificato alla sicurezza sociale e ad altri benefici associati alle condizioni di lavoro degli artisti) sotto forma di direttiva, che fissi gli obiettivi che gli Stati membri devono raggiungere; la definizione di norme minime per un'equa remunerazione delle attività digitali e non digitali; la creazione di un Libro bianco della Commissione che integra l'accesso permanente al lavoro artistico nella strategia a lungo termine dell'Unione. Gli autori precisano che verranno fornite raccomandazioni concrete relative a questi elementi in un documento che sarà presto pubblicato.

Salario minimo per i membri Ue: anche per gli artisti?

Inoltre, il Rapporto cita la Proposta di Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio su un salario minimo adeguato nell'UE, pubblicata nell'ottobre 2020, che “potrebbe dare nuovo impulso all'accesso al salario minimo in Europa, sia attraverso contratti collettivi sia attraverso salari minimi legali”. Ma la strada, per gli artisti, non sarà semplice: “(...) le condizioni di lavoro dell'artista e degli operatori culturali si intersecano con molti altri campi politici. Pertanto, queste due iniziative potrebbero rivelarsi insufficienti per affrontare tutte le sfide che gli artisti devono affrontare nell'Unione europea”.

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