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Reshoring e sicurezza delle filiere, nuova agenda per le imprese

Il rimpatrio, la rilocalizzazione in Paesi vicini o la diversificazione della produzione sono temi d'importanza crescente per le aziende, in Occidente e anche in Italia, dopo il Covid e a causa delle tensioni internazionali. Una scelta – sostenuta anche dall'opinione pubblica – per la quale servono però competenze specifiche

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4' di lettura

Qualcuno ha già parlato di fine della Age of Globalization, sancita dalla pandemia e dalle tensioni internazionali con la Russia. Ma il fenomeno del reshoring, cioè del rientro delle attività produttive o della catena di fornitura in precedenza delocalizzate in altri Paesi, non segna l'abbandono della globalizzazione, quanto un'importante riorganizzazione dei processi industriali, cominciata in sordina già prima del 2020.

Si tratta di un fenomeno in crescita – anche se al momento ancora limitata – che in Europa tocca soprattutto la manifattura hi-tech, con l'Italia tra i primi Paesi per numero di casi. E che non comporta però automaticamente il “rimpatrio” (backshoring) di attività dall'estero, ma che suggerisce ad esempio la rilocalizzazione in un Paese vicino (nearshoring) o la diversificazione in più Paesi, proprio per evitare la concentrazione della produzione o delle forniture in singole aree geografiche.

Per avere un'idea: uno studio della società di consulenza globale McKinsey del 2020 indicava che, nel caso di ben 180 prodotti della supply chain, un solo Paese rappresentava almeno il 70% delle esportazioni globali. Poi, però, è arrivato il Covid-19, che ha prodotto ritardi nelle consegne e nella produzione, nonché un pericoloso assottigliamento delle scorte (frutto anche di decenni di politica del just in time) dei beni “non essenziali”, esploso in modo drammatico col ritorno improvviso della domanda. E, come spiegava nel 2021 la Banca d'Italia, “le tensioni geopolitiche hanno ulteriormente contribuito a frenare i processi di integrazione internazionale, per effetto della maggiore incertezza sulle politiche commerciali”.

Rilocalizzare e/o differenziare: c'è anche l'Italia
Secondo un rapporto del gigante europeo delle assicurazioni Allianz, su circa 1.200 multinazionali con sede in Usa, Regno Unito, Francia, Germania e Italia, “meno del 15% di queste starebbe considerando la possibilità di riportare la produzione nel Paese di origine, mentre circa il doppio potrebbe rilocalizzare alcuni impianti in paesi limitrofi”.

Per quanto riguarda l'Italia, i primi risultati di un'indagine, condotta dal gruppo di lavoro Re4it e dal Centro Studi Confindustria tra aziende che hanno acquistato parzialmente o totalmente forniture all'estero, dicono che il 23% ha realizzato (in percentuale variabile) il backshoring delle proprie forniture negli ultimi cinque anni. E il 10% ha scelto di riconfigurarla completamente in Italia. Soprattutto perché può contare su una rete di fornitori esistente e per ridurre i tempi di consegna. Una scelta diffusa in diversi settori, compreso quello dei macchinari e delle loro riparazioni, che pure in precedenza aveva fatto fortissimo ricorso alla delocalizzazione.

Un esempio? È la Bianchi a Treviglio, storico produttore di biciclette, che ha deciso di riportare la produzione in Italia dopo un lungo periodo di delocalizzazione.

Servono competenze specifiche
Una scelta, quella del reshoring, che però deve anche fare affidamento su specialisti del settore, capaci di valutare in modo rapido e completo le difficoltà di produzione all'estero e le opportunità per rilocalizzare. È il caso di EIM, che da 30 anni gestisce una rete internazionale di professionisti indipendenti ed è un partner strategico per il miglioramento, l'espansione o lo start-up di stabilimenti produttivi nell'Europa occidentale e centro-orientale. Recentemente, EIM ha dato supporto a una multinazionale italiana nel settore dei beni semi-durevoli con vari stabilimenti – oltre che in Italia, in Cina e nell'Est Europeo – che si è trovata a dover fronteggiare una crisi profonda e inattesa di una propria unità produttiva (600 persone) in un Paese dell'Est Europa. L'invio di un Interim Manager di EIM per gestire l'impianto è servito ad avere un quadro reale di come stavano le cose: personale locale demotivato, assenza di gestione da parte del management locale, progetti di investimento ingiustificati, per coprire le inefficienze, enormi margini di miglioramento operativo. Il programma adottato dall'Interim Manager ha portato da una parte a risparmi immediati grazie alla cancellazione di investimenti inutili (ampliamento degli spazi e dei magazzini) e dall'altra a un significativo miglioramento della performance in soli 12 mesi. Ecco un esempio di “reshoring manageriale”: riprendere da parte della casa madre il controllo della performance operativa di uno stabilimento, attraverso un Interim Manager che interpreti e adotti localmente l'etica e le best practice dell'azienda.

Altro esempio. Un'importante azienda tedesca della farmaceutica, nell'ambito di un progetto interno di ridefinizione della supply chain globale, si è affidata a EIM per lo sviluppo da zero di una nuova fabbrica in Polonia. Si è formato così un team che comprende anche tre Interim Manager, che hanno contribuito alla realizzazione dell'infrastruttura industriale, al reclutamento di tutto il personale – dagli operai ai quadri direttivi – e hanno gestito la formazione e l'avviamento degli impianti, fino al raggiungimento delle performance operative previste. Ma stanno per partire anche altri progetti di miglioramento, espansione e trasferimento di impianti, come il reshoring di una supply chain dall'India nei paesi dell'Europa centro-orientale.

Sostegno nell'opinione pubblica
La cosiddetta autonomia strategica condotta a livello d'impresa, che è la base del reshoring nelle sue varie forme, trova anche un ampio sostegno a livello di opinione pubblica: il 46% degli intervistati per un sondaggio LegaCoop Ipsos di fine 2021 ha indicato la necessità di incentivare le imprese italiane che hanno delocalizzato all'estero a tornare a produrre in Italia. E sta diventando crescente la tendenza alla sostenibilità e alle filiere locali, all'importanza del “Made in” come sinonimo di qualità.

E, avverte uno studio realizzato all'inizio dello scorso anno su richiesta del Parlamento Europeo, un fattore decisivo per il reshoring su larga scala in Europa sarà comunque la geopolitica, più che l'economia o la digitalizzazione.

Già con il Covid erano emerse le difficoltà portate nelle aziende da catene di fornitura lunghe e complesse, anche geograficamente. In casi non rari, i lockdown e i problemi logistici avevano condotto quantomeno a perdite di opportunità commerciali dovute alla mancanza di approvvigionamenti dall'estero. In queste settimane, con la guerra in Ucraina che rischia di innescare una serie di crisi internazionali dovute all'incremento dei prezzi delle materie prime, all'effetto delle sanzioni economiche e alle tensioni politiche, si fa evidente come i rischi della delocalizzazione produttiva siano stati sottostimati. E nelle agende dei Ceo il reshoring sta rapidamente scalando le priorità.
Per maggiori informazioni collegati qui: https://www.eim.com/it/reshoring/

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