Il ritorno della produzione

Reshoring sotto esame: modelli diversi in base a settori e motivazione

di Barbara Ganz


default onloading pic
(© Maximilian Stock LTD)

3' di lettura

Quali soluzioni organizzative adottano le aziende protagoniste del reshoring, il rientro nei Paesi d’origine delle produzioni precedentemente delocalizzate? La risposta a questa domanda è valsa a uno studio condotto da tre università italiane (Udine, Catania e Bolzano) il premio “Chris Voss Best Paper Award” assegnato da “Euroma 2017”, la più importante conferenza internazionale di “Operations management”. La ricerca italiana ha prevalso su oltre 400 studi condotti in tutta Europa, e ha analizzato più di 700 casi di “reshoring”, utilizzando i dati dell’Osservatorio europeo finanziato dall’Unione Europea e coordinato dall’Università di Udine, con il supporto di altri atenei italiani (Catania, l’Aquila, Bologna, Modena e Reggio Emilia). Lo studio premiato è stato selezionato per le rilevanti implicazioni sia sul piano manageriale, sia in termini di politica industriale in un momento in cui molti Paesi cercano di favorire il rientro manifatturiero da parte delle aziende per combattere la disoccupazione.

La ricerca, sviluppata da un gruppo di ricerca in Ingegneria gestionale costituito dai docenti Guido Nassimbeni, Marco Sartor, Guido Orzes e Carmela Di Mauro, analizza per la prima volta in modo approfondito come avvengono, dal punto di vista organizzativo, i processi di rimpatrio delle produzioni che vengono effettuati per la ricerca di riduzione dei tempi di consegna al cliente (motivazione dichiarata da 24 società nel 2016), la ricerca di prossimità al cliente (23 casi), il desiderio di fare leva sul “Made in” (22 casi), opportunità di automatizzazione dei processi produttivi in madrepatria (20 casi), la ricerca di una migliore capacità di innovazione di prodotto (20 casi).
È questo il primo studio condotto al mondo sul tema delle determinanti delle modalità di rientro in patria delle produzioni precedentemente delocalizzate (“i reshoring entry mode”). Fino a oggi, infatti, i gruppi di ricerca internazionali si erano occupati unicamente di caratterizzare il fenomeno e di studiarne le motivazioni. L’articolo mostra come spesso ci sia un legame fra le soluzioni organizzative utilizzate nella delocalizzazione della produzione e quelle scelte nel successivo rimpatrio: chi infatti aveva fatto ricorso all'“insourcing” (cioè lo sviluppo interno delle produzioni) durante la delocalizzazione, tende a ripetere questa scelta durante il rimpatrio. Chi invece era andato all’estero con una modalità “outsourcing”, cioè dando in appalto a società estere una parte o la totalità dei processi produttivi, sembra ricorrere sia all'“outsourcing” che all’“insourcing” nel rientro. Lo studio fa emergere anche alcune variabili condizionanti, come l’appartenenza ad alcuni settori (come il tessile che porta spesso all'outsourcing nel rimpatrio) e la tipologia di motivazione (come la forte presenza di incentivi governativi che porta a fa prevalere l’”insourcing” nel rimpatrio).

«L’impatto del reshoring – sottolinea Sartor - è rilevante sia per le aziende che lo intraprendono direttamente, che vedono aumentare il numero di dipendenti anche di oltre 100 persone, sia per il sistema di subfornitura, che viene spesso riportato in madrepatria insieme alle produzioni aziendali».
E aggiunge: «Le nostre istituzioni dovrebbe stimolare in modo deciso questo fenomeno. Le aziende scelgono di rimpatriare la produzione per diversi motivi, come i nostri studi evidenziano. Il governo dovrebbe rendere alcune di queste motivazioni più forti con decisi piani di incentivazione economica del rimpatrio, che tra l’altro al momento latitano nel nostro paese. Interventi a sostegno del fenomeno, potrebbero contribuire a riportare aziende e posti di lavoro nel nostro Paese».
I dati raccolti dall’Osservatorio di Udine mostrano che attualmente i casi di reshoring riguardano la Cina (34% dei casi) e l’Europa dell'Ovest (36%), il 10% Est Europa, 7% India e 6% Usa. In Italia, oltre agli incentivi della regione Toscana, c’è stato nel 2015 l’accordo fra le associazioni industriali di Padova, Vicenza e Treviso e Antonveneta Mps per un plafond di 400 milioni destinati al rientro nei confini veneti dell’industria localizzata all’estero.

Un fenomeno in crescita, ma non ancora determinante: «Al momento - spiega il team di ricerca - molte economie stanno rivolgendo grande attenzione al tema del reshoring, a cominciare dagli Usa di Trump che ha rinforzato le politiche a sostegno di questo fenomeno. Anche le opportunità offerte da Industry 4.0 potrebbero agevolare i rientri produttivi».
Uno dei 700 progetti di reshoring analizzati è il caso Falconeri, marchio di moda italiano attualmente di proprietà del Calzedonia Group che l’ha acquisita da Calzedonia nel 2009. Sandro Veronesi, ad del gruppo Calzedonia, ha adottato in passato una strategia di offshoring in quanto la maggior parte dei prodotti vende a segmenti di mercato che tipicamente richiedono bassi costi di produzione. Tuttavia, nel caso di Falconeri - considerato il marchio premium nel gruppo - Veronesi ha optato per il backshoring. Il concetto di “Made in Italy” in questo caso - secondo l’Osservatorio - è utile per l’immagine del prodotto; il rimpatrio offre anche un migliore accesso ai materiali italiani di alta qualità.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...