Libri

Respirare: l’atto primo della vita grazie al quale se ne scopre il mistero

di Serena Uccello


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2' di lettura

Una scrittura che è misura ed equilibrio, una storia che è il racconto della vita attraverso la descrizione dell'esperienza corporea e della morte come intuizione delle cellule in affanno, in rivolta. Appena uscito per Tunué (il 17 maggio) il secondo libro di Kareen De Martin Pinter dal titolo Dimenticare di respirare (pp.120, 14 euro) ha nella purezza della scrittura la sua forza. Un momento, uno solo per descrivere il senso del vivere: l’atto più importante, il compimento di una sfida. «Volevo gareggiare. Sentivo un brivido, una scarica di adrenalina fortissima ogni volta che ci pensavo. Volevo vincere, strappare i record, e farlo il più presto possibile, in mare. Ma mettere su una gara non era roba da poco».

Giuliano ha un dono, che in realtà non è proprio tale, non è esattamente qualcosa che gli riesce spontaneo, è piuttosto qualcosa che ha imparato, che ha imparato per imitazione e per ammirazione (di chi?). Giuliano sa smettere di respirare. Fuori dall’acqua per gioco, dentro l’acqua per passione ed emulazione. L'incontro con Maurizio, allenatore di fama, è la svolta, la condizione che lo trasforma in campione in grado di battere ogni record di apnea.

«Maurizio mi insegnò che il respiro era un atto naturale e spontaneo: quando nel sangue aumenta il volume di anidride carbonica, al cervello, o più precisamente al bulbo rachidiano, arriva il messaggio della necessità di respirare, e così partiva il movimento respiratorio. Lui parlava, io pensavo: “Dai, fammi entrare in acqua, toglimi aria e ti faccio vedere cosa so fare”. Ma lui temporeggiava, scriveva numeri e osservazioni su un taccuino. Io m'irritavo: “Posso vestirmi, visto che non serve a nulla restare in costume da bagno…”. “Non è il pugilato, l'apnea. Se conti solo sulla forza, cosa farai quando ti viene a mancare, eh?”».

La dedizione di Giuliano non è solo l’ansia della sfida, nel blu, in fondo all’acqua, Giuliano cerca qualcosa, cerca il suo passato. Cerca una parte di senso, la pacificazione e la risoluzione. E cosa essa sia lo capiremo solo alla fine. Quando alla vigilia della gara più importante il corpo di Giuliano non risponde più. La crisi è un colpo di tosse che blocca il campione e mette l’uomo dinanzi all’evidenza della più impietosa delle diagnosi. Giuliano si sottrae scegliendo di dettare lui le regole della fine, di organizzarle come aveva fatto con le tabelle e i calcoli delle sue immersioni.

L’apnea racconta da Kareen De Martin Pinter è metafora dell'esperienza, del viaggio che è la vita, della rivelazione e della consapevolezza. L’abisso del mare è la scoperta, il confronto con il dolore e la perdita. «Nella testa, pensai, abbiamo un giardino pieno di semi antichi. E prima o poi germogliano, si spaccano, e lasciano uscire il loro carico». La descrizione di questa esperienza diventa epopea narrata con voce limpida. Una scrittura, efficacemente, lineare che riesce a tenere una narrazione che in almeno tre snodi avrebbe potuto deragliare e che invece resta saldamente compatta e a trasformare il microcosmo di Giuliano nell’avventura definitiva. Un’unica annotazione: la sintesi non premia come meriterebbe l’efficacia del finale.

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