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Responsabilità e sostenibilità nei Paesi in cui si delocalizza

Nei decenni di intensa globalizzazione uno degli aspetti che ha caratterizzato i modelli di crescita economica è stato la pressante ricerca di economie di scala da parte delle imprese

di Elena Beccalli

(Adobe Stock)

3' di lettura

Nei decenni di intensa globalizzazione uno degli aspetti che ha caratterizzato i modelli di crescita economica è stato la pressante ricerca di economie di scala da parte delle imprese. Seppure con differenze tra i vari settori, si è puntato alla creazione di gruppi sempre più globali e dalle dimensioni sempre più rilevanti attraverso integrazioni verticali e operazioni di fusione e acquisizione. La letteratura accademica si è molto dedicata allo studio e alla stima delle economie di scala, evidenziando generalmente i benefici economici in termini di riduzione dei costi unitari. Tuttavia, ciò che finora è mancato in ambito scientifico è la dovuta considerazione delle “esternalità negative” associate a questo modello di crescita. In altre parole, sono state ignorate le implicazioni generate in fatto di degrado ambientale (per esempio inquinamento e sfruttamento delle risorse) e sociale (in particolare deterioramento delle condizioni di lavoro). Va notato che queste esternalità negative si manifestano principalmente in Paesi diversi da quelli in cui hanno sede legale le società, poiché spesso le economie di scala, specie nei settori industriali, sono perseguite tramite un massiccio ricorso a forme di offshoring e un diffuso impiego di manodopera a basso costo. Da questo punto di vista sono i Paesi in via di sviluppo a risentire fortemente degli effetti di questo modello di crescita globale, senza che peraltro tali fattori siano incorporati come costo implicito nei modelli econometrici di stima delle economie di scala. Queste ultime sono pertanto apparse negli anni superiori rispetto a quanto realmente fossero.

Con la crescente affermazione di modelli di business ispirati alla sostenibilità, è prevedibile che i benefici associati alle economie di scala si andranno a ridurre per effetto della emersione di questi “costi nascosti” legati alle esternalità ambientali e sociali. Nella stessa direzione va letta l’attuazione da parte delle imprese di cambiamenti a lungo termine nella struttura della catena del valore globale sotto forma di reshoring (rientro delle imprese che in precedenza avevano delocalizzato), nearshoring (avvicinamento di processi aziendali e di imprese nello stesso Paese o in un altro limitrofo) e diversificazione. Una trasformazione che, soprattutto dopo la pandemia, pare essere in atto attraverso una rielaborazione delle supply chain locali. Secondo un’indagine EY, in Italia, il 42% delle imprese sta riconfigurando le catene di approvvigionamento e il 34% sta trasferendo le proprie attività operative. Non va trascurato un altro aspetto fondamentale, vale a dire l’impatto ambientale generato dal commercio internazionale. Anche se l’80% delle merci viene trasportato via mare a livello internazionale, si hanno molti più studi sull’inquinamento atmosferico causato dai trasporti su strada rispetto a quelli sulla navigazione. Per questo motivo ISGlobal ha esaminato 32 lavori scientifici mostrando che gli effetti sulla salute dell’inquinamento atmosferico causato dalla navigazione sono tutt’altro che trascurabili. Ogni anno 10 miliardi di tonnellate di merci vengono trasportate per mare, contribuendo a circa il 3% delle emissioni globali di gas serra, al 13% delle emissioni di ossidi di azoto e al 12% delle emissioni di ossidi di zolfo.

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L’emersione dei “costi nascosti” legati alle esternalità ambientali e sociali delle delocalizzazioni e del commercio internazionale è alla base del nuovo paradigma economico basato sullo sviluppo integrale. Aspetti che sono all’origine di quel richiamo, contenuto nella recente Laudate Deum, alla realizzazione di un sistema di finanziamento per le “perdite e i danni” nei Paesi più colpiti dai disastri climatici. In questo senso, secondo Papa Francesco, contributo significativo è arrivato della COP27. Nonostante le difficoltà sperimentate dei negoziati, l’iniziativa ha prodotto almeno un progresso nel consolidamento del sistema di questo tipo di finanziamenti dando “nuova voce” ai Paesi in via di sviluppo. Ma tanti i punti ancora aperti e che dovranno essere affrontati con decisione nella prossima conferenza di novembre. Proprio a partire dalla constatazione cristallizzata nell’esortazione apostolica secondo cui «una bassa percentuale più ricca della popolazione mondiale inquina di più rispetto al 50% di quella più povera e che le emissioni pro capite dei Paesi più ricchi sono di molto superiori a quelle dei più poveri».

Preside Facoltà di Scienze bancarie finanziarie e assicurative, Università Cattolica

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