l’intervista

Resta (Polimi): subito al lavoro per la fase 2, l’emergenza non sia un alibi

Il Rettore del Politecnico di Milano: serve un piano dettagliato per gestire l’uscita dalla crisi acuta e organizzare la ripresa graduale alla normalità

di Lello Naso

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Il Rettore del Politecnico di Milano: serve un piano dettagliato per gestire l’uscita dalla crisi acuta e organizzare la ripresa graduale alla normalità


4' di lettura

Il rettore del Politecnico di Milano Ferruccio Resta, presidente della Conferenza dei rettori delle università italiane, risponde al telefono dal suo ufficio. «Siamo una ventina di persone, il minimo indispensabile. Gli altri colleghi lavorano a distanza. Sono pienamente attivi solo i laboratori che stanno lavorando ai progetti sulla riconversione delle imprese per la produzione di mascherine, disinfettanti, respiratori e i centri di ricerca sull’intelligenza artificiale che studiano i modelli per l’emergenza del coronavirus».

Il tono della voce e la precisione del ragionamento sono quelli di sempre: un ingegnere che si sforza di dare un filo logico anche ai problemi più complessi. Tentenna solo quando gli chiediamo di Bergamo, la sua città. «Non c’è sera che non arrivi la notizia di un amico contagiato, ricoverato o che è mancato. Le immagini delle bare che escono dalla città sui camion dell’esercito sono la rappresentazione plastica del nostro vissuto quotidiano. Ma dobbiamo dare fondo alle nostre energie per guardare avanti e non farci trovare impreparati anche nella fase due dell’emergenza».

Rettore, ha visto la lettera dei 150 accademici italiani sull’uscita dal l’emergenza pubblicata ieri dal Sole 24 Ore?
Sì, l’ho letta e la condivido. Mi sembrano tesi sensate e ragionevoli. Premesso che la fase acuta non si è conclusa, che il contenimento sociale è ancora necessario e che non bisogna assolutamente abbassare la guardia, proprio adesso si deve mettere a punto un piano per il graduale ritorno alla normalità. L’emergenza non è un alibi per non pensare al dopo.

Dalla Corea a Israele alla Svezia, qual è il modello che la convince di più?
Tutto può essere fonte di ispirazione, ma credo che l’approccio migliore sia valutare le nostre peculiarità e i mezzi di cui disponiamo. Non è realistico pensare che in un mese avremo una banca dati completa sulla situazione sanitaria né un’app che lavori a pieno regime. Ma servono sia i dati che abbiamo a disposizione sia l’intelligenza artificiale, ci mancherebbe.

Quindi che cosa bisogna fare?
Per prima cosa si deve stabilire una catena di comando e di responsabilità corta, centralizzata e soprattutto autorevole. Poi serve un protocollo dei comportamenti chiaro, di breve periodo. Regole per i cittadini sul distanziamento, di protezione dei lavoratori, di supporto alle imprese e al lavoro.

Ci fa qualche esempio?
Le lezioni universitarie le possiamo continuare a fare a distanza, diamo un servizio più che dignitoso. Le fabbriche devono aprire. Gradualmente ma devono aprire. Senza le mense. Almeno all’inizio non sono necessarie. I mezzi di trasporto pubblico possono essere contingentati e utilizzati con il giusto distanziamento.

Come si possono garantire i fondi alle imprese e alle famiglie?
Bisogna semplificare le procedure per accedere ai finanziamenti per il sostegno degli investimenti necessari al riavvio graduale delle attività. Dare supporto ai cittadini e alle famiglie con il differimento delle scadenze. Non servono finanziamenti a pioggia ma strumenti mirati. I finanziamenti a pioggia rischiano di essere uno spreco di risorse e di spostare avanti il problema.

I ntrodurre regole così dettagliate non rischia di aumentare la burocrazia?
È quello che si deve assolutamente evitare. Tutto deve essere semplice e chiaro. Poi bisogna tenersi pronti al riemergere di nuovi focolai. Dobbiamo continuare a rafforzare il sistema sanitario anche perché deve tornare a garantire il servizio consueto per tutte le altre patologie. La crisi ci ha trovati impreparati perché non avevamo un piano per fronteggiarla, non perché non abbiamo chiuso le frontiere alla Cina. Non dobbiamo commettere lo stesso errore.

Quanto tempo serve per mettere a punto il piano della fase due?
Dobbiamo farlo subito. Dobbiamo essere pronti quando i virologi e gli epidemiologi diranno che si può uscire dalla fase emergenziale acuta, dal contenimento. Al momento zero, tutto deve essere definito nei dettagli.

App e intelligenza artificiale possono aiutare?
Certamente, se abbiamo strumenti digitali adeguati dobbiamo utilizzarli. Ma non illudiamoci che in un tempo breve possiamo avere una mappatura precisa del territorio e dei pazienti.

Perché?
Perché la crisi ci ha mostrato che il nostro livello di digitalizzazione, dalle banche dati sulla salute agli strumenti per usarle e leggerle, è ancora molto deficitario. Essere digitalizzati vuol dire avere dati certificati e accessibili in tempo reale.

Si possono utilizzare i dati protetti dalla privacy?
Siamo in una pandemia. La storia dice che c’è una pandemia ogni settanta anni. Io credo nella Ragion di Stato. Credo che lo Stato debba prendersi la responsabilità di usare anche i dati sensibili dei cittadini. Cediamo le impronte digitali, l’iride, il riconoscimento vocale, i nostri spostamenti a multinazionali che si impegnano a non renderli pubblici. Non capisco perché non possiamo cederli, in via eccezionale, allo Stato. Se si impegna a non renderli pubblici e a utilizzarli solo allo scopo di sconfiggere la pandemia.

Lei è un convinto europeista. Non è deluso dal comportamento di alcuni dei nostri partner dell’Unione europea?
Sono e resto un convinto europeista. L’Europa è indispensabile. Non possiamo costruire un futuro senza l’Europa. Ma davvero pensiamo di scoprire un vaccino senza la piena collaborazione internazionale degli scienziati? Ma davvero pensiamo di competere con Stati Uniti e Cina come singoli stati nazionali? Sono convinto che l’Europa troverà una soluzione per una politica di finanziamento della ripresa. Abbiamo bisogno di contrarre debito in maniera importante almeno per i prossimi dieci anni. Non possiamo che indebitarci insieme, come Unione europea, e decidere insieme come spendere i soldi del debito. La formula si troverà, non è questo il problema.

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