la commissione ue

Restano troppi ostacoli e nella classifica europea siamo agli ultimi posti

di Marina Castellaneta


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(© Jaume Gual)

2' di lettura

L’Italia maglia nera per la libera circolazione dei professionisti. Con ostacoli al riconoscimento delle qualifiche professionali che portano i professionisti di altri Paesi Ue a dover superare un percorso a ostacoli per l’accesso alle attività lavorative malgrado il titolo acquisito in altri Paesi. È quanto risulta dal quadro di valutazione del mercato interno 2019 (riferito a dati del 2018) presentato dalla Commissione europea, che ha evidenziato come la gestione delle questioni amministrative per i lavoratori stranieri (qualifiche professionali) sia effettuata, in diversi casi, tra i quali Spagna e Italia, con modalità che portano i due Paesi a risultati non in media con gli altri Stati.

Il monitoraggio
All’interno del quadro generale sul mercato interno, Bruxelles monitora proprio il settore delle qualifiche professionali, anche grazie a un database europeo. Dai dati aggiornati al 2019 risulta che, nel biennio 2015-2017, malgrado gli strumenti utilizzati dall’Unione europea per favorire il diritto di stabilimento e la libera prestazione dei servizi, gli Stati, anche con ostacoli indiretti, richiedono specifiche qualifiche, bloccando l’esercizio effettivo di un’attività.

Non è bastata, a garantire la libera circolazione effettiva neanche l’adozione delle direttive 2005/36 sul riconoscimento delle qualifiche professionali (recepita in Italia con il decreto legislativo 206/2007) e 2013/55, che ha semplificato il quadro grazie alla tessera professionale europea e a un sistema di allerta (attuata con il Dlgs 15/2016). Con la conseguenza che, in molte occasioni, un cittadino Ue, pur essendo qualificato per lo svolgimento di un’attività in uno Stato membro, non lo è in altro.

E questo – osserva la Commissione – causa un effetto negativo diretto sul mercato interno e un sicuro effetto dissuasivo per i professionisti che evitano di incorrere in lunghi e costosi iter burocratici spostando la propria attività in un altro Paese Ue.

I due indicatori
I dati parlano chiaro. La Commissione europea si è avvalsa di due indicatori per stilare le statistiche sulle decisioni prese da un Paese di destinazione su coloro che hanno già una qualifica in un altro Stato Ue: in primo luogo ha considerato le decisioni positive di riconoscimento in rapporto a tutte le decisioni adottate nel Paese di destinazione tra il 2015 e il 2017; il secondo indicatore è costituito dalle decisioni positive di riconoscimento senza misure compensative.

Il risultato è che nel biennio 2015-2017 la maggior parte dei Paesi Ue ha raggiunto esiti positivi sia con il primo indicatore sia con il secondo, conseguendo risultati superiori alle media (96,30%) o nella media (tra l’89,22 e il 96,30%). Il dato peggiore è quello dell’Italia che ha due cartellini rossi in entrambi i campi. La percentuale generale di riconoscimento è inferiore all’89,22% e, nel caso di riconoscimento con misure compensative, al 25,48 per cento. Per il primo indicatore la media è del 92,8% e per il secondo del 35,7 per cento.

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