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Restate a casa. La difficile traduzione giuridica di un consiglio chiarissimo

Il provvedimento lascia ai singoli la possibilità di autocertificare le «situazioni di necessità», ma è un requisito troppo soggettivo per essere posto alla base di una regola dotata di sanzione

di Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani

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(ANSA)

Il provvedimento lascia ai singoli la possibilità di autocertificare le «situazioni di necessità», ma è un requisito troppo soggettivo per essere posto alla base di una regola dotata di sanzione


4' di lettura

Come era logico e prevedibile, il Dpcm del 9 marzo 2020 estende all’intero territorio nazionale le misure che mirano a contenere il contagio adottate solo un giorno prima per la Lombardia e per altre province del nord Italia.
Da tempo, i medici raccomandano di non uscire di casa se non è strettamente necessario. E chiunque di noi si deve attenere a questa regola, semplice ma decisiva stando all’unica opinione che conta, quella degli scienziati specializzati nella materia.

Tradurre in una norma giuridica questa indicazione non è certo semplice. Vi è il rischio di essere troppo “permissivi” e quindi ridurre la regola a una mera esortazione; ma vi è anche il rischio di essere eccessivamente “autoritari” e comprimere i diritti individuali in una misura sproporzionata, con il conseguente pericolo di una disubbidienza di massa.

Potrebbe sembrare quindi ingenerosa la critica di chi, chiuso tra le proprie quattro mura, pontifica su una normativa scritta necessariamente in fretta e senza precedenti. Tuttavia, è probabile che altre e ancor più severe norme seguiranno nei prossimi giorni. Dunque, un articolo che non si limita a descrivere ma discute il decreto governativo potrebbe essere di qualche utilità per i passaggi successivi di questa lunga vicenda.

E anche per questo, proviamo a “disturbare il manovratore”, evidenziando alcune norme che non ci sembrano abbastanza chiare e adatte ad affrontare il momento di emergenza. Cerchiamo di spiegare il perché.
In sostanza, a parte le disposizioni di dettaglio in forza delle quali si sospendono si chiudono o si limitano attività commerciali, sportive, culturali, per tutti quanti sono in vigore le seguenti misure:
evitare ogni spostamento, salvo quelli motivati da comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità o motivi di salute;
una forte raccomandazione a chi ha sintomatologie compatibili con il contagio a rimanere presso la propria abitazione;
un divieto di uscire di casa per chi è sottoposto alla quarantena o è positivo al virus.

Chi viola gli obblighi previsti dal decreto è sanzionato con le pene dell’articolo 650 c.p. che prevede l’arresto fino a tre mesi o l’ammenda fino a 206 euro, che può risolversi, con l'oblazione, in una ammenda di 103 euro, che estingue il reato.

Delle tre ipotesi, l’unica a essere sufficientemente tassativa da poter essere assistita da una sanzione penale sembra essere quella di cui all’ultimo caso. Peccato che si tratti di una previsione del tutto inefficace, in quanto quasi per nulla afflittiva.

Una “forte raccomandazione”, poi, di per sé non è un obbligo e, dunque, anche se in termini di precisione del comando forse anche il secondo comportamento indicato avrebbe potuto essere dotato di una pena, è la natura della regola, appunto una raccomandazione, per quanto “forte”, a non sembrare sovrapponibile a un «obbligo». In questo senso pare essere anche il documento, formato da domande e risposte, elaborato dal Governo in seguito alla pubblicazione del Dpcm del 9 marzo, ove al punto 3 del paragrafo “spostamenti” alla domanda «ci sono limitazioni negli spostamenti per chi ha sintomi da infezione respiratoria e febbre superiore a 37,5?», si risponde ribadendo che «in questo caso si raccomanda fortemente di rimanere a casa», senza esplicitare l'esistenza di una regola più rigida.

Le maggiori perplessità, tuttavia, sono collegate alla prima delle ipotesi elencate. Ammettiamo pure che la formula «evitare ogni spostamento» corrisponda a un divieto e che dunque la regola generale sia, appunto, quella di non muoversi dalla propria abitazione, salvo in tre casi, pure previsti dalla normativa, di:
comprovate esigenze lavorative
situazioni di necessità
motivi di salute

Queste condizioni possono essere attestate anche con un’autocertificazione nella quale siano specificate le ragioni che hanno giustificato lo spostamento. Tali ragioni devono essere riconducibili a uno dei tre casi previsti e la dichiarazione non veritiera è punita dall’art. 483 c.p. che prevede la reclusione fino a due anni.

Lascia perplessi l’esistenza di alcuni requisiti soggettivi di difficile verificabilità attestabili con l’autocertificazione

Cosa lascia perplessi? Anzitutto l’esistenza di alcuni requisiti soggettivi e di difficile verificabilità, attestabili con una autocertificazione, assistita da una sanzione penale di una certa gravità.

Tanto generico e soggettivo che l’unica domanda a cui il Presidente del Consiglio non ha risposto durante la conferenza stampa di presentazione del decreto è stata proprio quella che gli chiedeva di meglio specificare o almeno esemplificare il concetto «situazione di necessità». L’introduzione della autocertificazione, inoltre, potrà avere un duplice effetto: o sterilizzare la regola o creare confusione.

Lo strumento dell’autocertificazione, infatti, viene utilizzato nel nostro ordinamento essenzialmente per attestare, sotto la responsabilità dell’interessato, un dato oggettivo, la cui verità è accertabile. Questo può essere il caso di un «motivo di salute»; forse può esserlo pure del presupposto «esigenza lavorativa», anche se qui il dato da verificare si fa più sfumato; ma non ci pare davvero che a ciò possa ricondursi un presupposto vago come una «situazione di necessità».

Si lascia a chi compila l’autocertificazione il compito di estendere il perimetro dei divieto di spostamento

In questo modo, infatti, a voler essere formalisti, si lascia a chi compie l’autocertificazione il compito di estendere o meno il perimetro del divieto di spostamento. È sufficiente indicare una qualunque «necessità» per avere “via libera”. La disposizione così intesa sarebbe del tutto inutile rispetto allo scopo.

A voler essere, invece, sostanzialisti, la necessità dello spostamento, potrà essere contestata dalle forze dell’ordine incaricate di controllare, che potranno definire il requisito a seconda di valutazioni estemporanee. La disposizione così intesa sarebbe arbitraria e dunque di per sé ingiusta.
Anche l’ultimo documento prodotto da Palazzo Chigi non riesce a chiarire il punto. Si precisa che ci si potrà recare ad acquistare generi alimentari, altri beni necessari (viene fatto il solo esempio della lampadina) e fare attività motoria all’aperto.

Insomma, rimane quanto affermato all’inizio: i medici consigliano di stare in casa e ciò ognuno di noi lo deve fare nel modo più rigoroso. La traduzione nell’ordinamento di questa regola, però, ci pare che restituisca disposizioni per lo meno imprecise e il cui controllo sarà molto difficile.

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