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Retail, Adrian Cheng (Chow Tai Fook) porta moda e design italiani in Asia

di Giulia Crivelli

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2' di lettura

Non ha ancora 40 anni ma dai traguardi che ha già raggiunto e dalla posizione che si è conquistato in Cina è come se ne avesse vissuti molti di più. Dal 2011 Adrian Cheng è direttore esecutivo Chow Tai Fook, catena di gioielleria fondata nel 1929 dal suo bisnonno. A un europeo il nome può non essere famigliare, ma, grazie alla presenza capillare in Asia, Chow Tai Fook è la prima catena al mondo per volumi di vendita e negozi. Cheng però non è solo l’erede di grandi fortune e non gli è bastato essere cooptato nelle imprese di famiglia. Ha voluto dimostrare di avere una personalità imprenditoriale diversa da quelle di padre, nonno e bisnonno e ha fondato e gestisce innumerevoli società e attività.

La sua passione resta il retail. O meglio: la capacità di intercettare o anticipare i desideri dei consumatori e di trovare nuovi modi per soddisfarli, integrando mondo fisico e virtuale e creando nuovi mix di prodotto. «Ero ancora un bambino quando ho iniziato a vendere, con successo, orologi ai miei compagni di scuola – racconta Cheng, di passaggio a Milano in occasione della settimana del design –. Sono un venditore nato, però non mi è mai bastato concludere un affare, una transizione. Ho sempre aspirato a offrire qualcosa di speciale e a farlo in un modo nuovo. Anche per questo vengo spesso a Milano: i brand italiani della moda e del design sono strategici per i progetti che fanno capo a K-11».

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Per definire il progetto K-11 parole come retail o department store sono riduttive: Cheng si è inventato un concept di mall-museo, dove comprare abbigliamento, accessori e opere d’arte. Il primo K-11 Art Mall ha aperto a Hong Kong nel 2009, nel 2013 è stata la volta di Shanghai e nel 2017 di Wuhan. Difficile capire se Cheng voglia scommettere sull’Europa, per il prossimo K-11: qualche anno fa sembrava così (si veda Moda24 del 28 settembre 2012), ora è molto concentrato sullo sviluppo in Cina e in Asia in generale. Laureato a Harvard, perfettamente bilingue e sempre in viaggio tra i cinque continenti, forse persino Cheng aveva sottovalutato le potenzialità del mercato cinese. «Nel mio Paese abbiamo creato un neologismo: Bat Generation, dove Bat sta per Baidu-Alibaba-Tencent, i nostri tre giganti di internet e dell’e-commerce – spiega Cheng –. A questo gruppo appartengono i Millennials e i Gen Z, nativi digitali che cercano la realizzazione anche attraverso l’acquisto di esperienze e di beni lusso. A patto che siano esclusivi e unici. Benché vivano connessi, sono affascinati dall’arte e dall’artigianato: a loro devo offrire il meglio di tutti questi mondi, attraverso ogni possibile canale». La Bat Generation rappresenta quasi la metà degli abitanti della Cina(circa 650 milioni di persone) e più della metà della popolazione lavorativa di Stati Uniti ed Europa messi insieme. Se Cheng vuole vendere a tutti loro, per il made in Italy è un’ottima notizia.

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