ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùA tavola con

Renata Colorni, la signora del libro che ha attraversato il Novecento

Nata in una famiglia cosmopolita e progressista, traduttrice di Freud, arrivò a dirigere I Meridiani Mondadori. Con una solida idea dell’editoria

di Paolo Bricco

7' di lettura

«In quella notte del 1943, ero sulle spalle di Adriano Olivetti. E piangevo. Perché io, che non avevo ancora quattro anni, volevo stare con mia mamma Ursula, che portava invece sulle spalle mia sorella Eva, più piccola. Eravamo partiti a piedi da Lanzo d’Intelvi, sopra il lago di Como, dove eravamo sfollati. Nel bosco di montagna, bisognava rimanere in silenzio, per proteggere la nostra fuga verso la Svizzera. E, quindi, le mie lacrime e i miei singhiozzi costituivano un pericolo reale. Adriano, mentre camminava in salita con me sulle spalle, continuava a dirmi: “Piccolina, se stai brava, per te c’è questa cioccolata”. Io, dall’alto, guardavo la tavoletta di cioccolato bianco che lui mi mostrava e, per dispetto e perché naturalmente volevo la mamma e non mi importava nulla della cioccolata, rispondevo: “Io non la voglio la cioccolata bianca. Io la voglio marrone”».

Quella notte Renata Colorni bambina attraversò le Alpi fino a Bellinzona, la cittadina del Canton Ticino dove approdavano gli esuli italiani – in fuga chi per motivi politici e chi per ragioni razziali – dall’ultimo fascismo, che era insieme notturno, debole e violento. Per tutta la vita Renata – anzi, come si è detto per anni nell’editoria milanese “la Renata” – ha fatto proprio questo: ha attraversato. Ha attraversato il Novecento, con le sue contraddizioni e i suoi dolori, le sue personalità e le loro ombre, la scrittura e il pensiero che sta (o non sta) dietro di essa, il privilegio di lavorare con i libri e sui libri, la felicità bambinesca riconosciuta da chi sa che ci sarà sempre un altro Simenon – magari un titolo minore, non importa – o un Philip Roth («il più grande di tutti») da leggere per la prima volta o da rileggere. E lo ha attraversato misurandosi costantemente con gli autori più rappresentativi della narrativa e della poesia, della cultura civile e politica occidentale, in particolare europea. Sulle spalle dei giganti, appunto, quasi che quella notte sulle spalle di Adriano abbia lasciato un segno nel suo destino: «Olivetti era veramente qualcosa e qualcuno di particolare. Tanti anni dopo, mia mamma Ursula sarebbe stata male per un aneurisma: io e le mie sorelle, mentre sembrava del tutto assente, le facevamo vedere le immagini della famiglia e degli amici. Lei ha avuto un sussulto di riconoscimento e di gioia quando le abbiamo messo davanti agli occhi la foto di Adriano».

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Renata Colorni è nella sua casa di Milano, vicino a Sant’Ambrogio. Ci incontriamo qualche giorno prima che lei parta per le vacanze che trascorrerà prima a Lerici e poi nella Maremma toscana di Scansano. Da poco tempo si è trasferita in questo appartamento. «Il precedente era più grande – racconta – questo è più piccolo, ma è molto confortevole e luminoso. Ci sto bene. La zona mi piace. E mi piace molto il giardino interno del palazzo. Anche se, per un problema di spazio, ho dovuto eliminare un terzo dei miei libri. Ho proceduto con dei criteri in apparenza razionali che, però, non hanno funzionato fino in fondo. Prima di tutto ho eliminato i libri di cucina, che non mi ero mai accorta di avere in quantità enorme. Poi ho rinunciato a tutta la saggistica-pubblicistica della mia giovinezza. Quindi, ho pensato di togliere dai miei scaffali i singoli libri degli autori di cui possedevo le raccolte complete. E ho fatto male. Me ne sono pentita. L’altro giorno mi sono resa conto di non avere più Una questione privata di Beppe Fenoglio che per me con la sua forza, la sua originalità e in fondo la sua anomalia resta una delle voci migliori della letteratura italiana. Ho provato grande fastidio e dispiacere. Certi libri si leggono soltanto nella loro versione autonoma e unica. In questa forma, hanno come una vita propria. Appena tornerò a Milano dalle vacanze, ne comprerò di nuovo subito una copia. Ho una gran voglia di rileggerlo».

Nel salotto, dove entra la luce del mezzogiorno dell’estate inoltrata, si trovano – fra i mille altri – i libri di Isaac Bashevis Singer e Tom Wolfe, Philip Roth e Marguerite Yourcenar. In cucina, dove ci spostiamo mentre lei termina la preparazione del pranzo, è appesa sulla parete una fotografia in bianco e nero di Ferdinando Scianna che ritrae un Jorge Luis Borges sorridente ed enigmatico sotto un cielo siciliano. «Avrei voluto cucinare del pesce, ma non l’ho trovato bello questa mattina. Ho preferito fare un roastbeef», dice mentre lo inforna.

Renata Colorni ha attraversato il Novecento con la forza di una vita intellettuale che assomiglia per rigore e per fertilità ai tagli su tela di Lucio Fontana e con la ineluttabilità di un destino familiare che ricorda un misterioso e articolato geroglifico egizio: la madre Ursula autrice di un emozionante e dimenticato Noi senzapatria e il padre, Eugenio Colorni, studioso di filosofia della scienza e di psicoanalisi e fra gli estensori del Manifesto di Ventotene, ucciso nella Roma del 1944 dalla Banda Koch; lo zio Albert Hirschmann teorico dell’economia dello sviluppo, la sorella Eva economista e moglie di Amartya Sen, il secondo marito della madre Altiero Spinelli – uno dei fondatori culturali e politici dell’Unione europea – come padre emotivamente e affettivamente acquisito.

Lei è stata una delle personalità culturali più influenti dell’editoria italiana. Ha iniziato a lavorare nel 1969 alla Franco Angeli. Quattro anni dopo era in Boringhieri – chiamata da Paolo Boringhieri – a curare la traduzione delle opere di Sigmund Freud. Dal 1979 al 1995 ha lavorato per Adelphi traducendo dal tedesco – anche – autori come Joseph Roth e Elias Canetti, Arthur Schnitzler e Thomas Bernhard. Ha assunto una centralità significativa quando, nel 1995, in Mondadori – su impulso di Gian Arturo Ferrari, direttore generale delle attività editoriali – le sono stati affidati prima i classici e i Meridiani e poi tutta l’editoria letteraria. Lei, che ha tanto letto e orientato, deciso e pubblicato, ha scritto l’anno scorso, per un piccolo e raffinato editore milanese, Henry Beyle, il libro Il mestiere dell’ombra. Tradurre letteratura e quest’anno, per lo stesso editore, ha tradotto La Sicilia e noi di Hugo von Hofmannsthal.

Insieme al roastbeef, prepara delle patate al forno, una insalata verde e di pomodori, delle cipolle in agrodolce. Ci spostiamo nella sala da pranzo, anch’essa foderata di libri. La tavola è già apparecchiata. Portiamo le pietanze dalla cucina. «Preferisci l’Amarone o il Grignolino? L’Amarone? Bene. Questo è buonissimo. Me l’ha regalato il mio amico Ferrari», dice sorridendo. In effetti, l’Amarone è notevole. E anche il roastbeef, che entrambi mangiamo di gusto, è molto buono.

In lei, il passare del tempo ha prodotto come in tutti l’impulso a selezionare e a distinguere e, come in pochi, una tendenza all’arrotondamento dell’anima e alla rivisitazione delle proprie certezze, a una maggiore clemenza cognitiva e a una più sensibile valutazione del divertimento: «Negli anni – racconta – ho superato la categoria del puro intrattenimento, in cui venivano confinati gli scrittori che incontravano il successo del pubblico. Ci sono autori di grande raffinatezza e di grande piacere che, nel gesto fisico della lettura, apprezzo sempre di più. Penso, fra gli italiani, a Mario Soldati e a Piero Chiara, che in fondo oggi rimangono sottovalutati e meno letti di quello che meriterebbero. E penso soprattutto a Fruttero & Lucentini, che amo e che mi divertono moltissimo. I due volumi dei Meridiani sono stati utili per dare il senso di una completezza e di una profondità del loro lavoro letterario e della loro comprensione del mondo che è insieme di scrittura e di visione delle cose. L’introduzione di Domenico Scarpa, per questo, è stata fondamentale».

A tavola, fetta dopo fetta, finiamo il roastbeef. Le patate sono delicate. Lei mangia anche l’insalata. La Colorni, che non ha alcuna forma di accademismo ma che ha ben chiaro il tema delle gerarchie estetiche e la centralità del canone nella letteratura occidentale, è stupita di tanti libri di autori contemporanei e dell’ultim’ora assegnati dai nostri maestri e professori ai ragazzi per le loro letture estive: «Mi colpisce che, nelle lunghe estati italiane dei nostri figli e nipoti, gli insegnanti diano loro da leggere romanzi e racconti di autori contemporanei. Chissà perché non propongono la Trilogia degli Antenati di Calvino, Linea d’ombra di Conrad o i racconti di Edgar Allan Poe. Credo che si divertirebbero molto con questi libri».

Un altro mezzo bicchiere di Amarone di Gian Arturo Ferrari. Renata è una fonte ricca di ricordi e di petite histoire, di pensieri e di elaborazioni: da Pier Paolo Pasolini («lo conobbi una sera a Pavia, quando facevo ancora l’insegnante, aveva tenuto una conferenza, era gentilissimo, mi ricordo la sua voce che sembrava provenire da un altro luogo e da un altro tempo») a Roberto Calasso («è stato per decenni l’indubitabile e geniale protagonista della storia dell’Adelphi, ma se posso permettermi mi è dispiaciuto che, anche per l’emozione suscitata dalla sua scomparsa, sia stata oscurata nella ricostruzione storica delle vicende della casa editrice l’impostazione intellettuale data dal fondatore Luciano Foà e siano stati ignorati il ruolo del direttore della produzione Piero Bertolucci, nonché il prezioso contributo dato per molti anni da Giuseppe Pontiggia nella sua qualità di principale consulente letterario»).

Al termine del pranzo, mangiamo tre piccole torte che ho portato io: una Sacher, una crostata con la crema e la frutta e una con le mandorle. Mentre la signora dell’editoria italiana sorride gustando i dolci e bevendo il caffè, mi vengono in mente le parole del suo tanto amato Sigmund Freud sul metodo per contrastare il male di vivere: “lieben und arbeiten”, amare e lavorare. E capisco che, per lei, andrebbe aggiunto un terzo verbo, che contempla e unifica i primi due: “lesen”, leggere.

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