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Rete unica, i sindacati al premier: «No a scissioni in Tim. In ballo 100mila lavoratori»

I sindacati delle tlc sono contrari a una rete “pubblica” sul modello Open Fiber e lo scrivono in una lettera al presidente del Consiglio Giuseppe Conte. «Occorre un soggetto forte» scrivono Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil

di Andrea Biondi

Si scalda la partita per la rete, occhi sul 31 agosto

3' di lettura

«Ci preme farle presente che ad oggi, tra lavoratori diretti ed indiretti ruota attorno al mondo Tim un numero di circa 100mila risorse. Capirà la nostra preoccupazione rispetto a scelte che potrebbero risultare pericolose per la tenuta del perimetro aziendale e per il suo indotto». È uno dei passaggi della lettera che i sindacati delle telecomunicazioni hanno inviato al premier, Giuseppe Conte, per chiedere l’apertura di un tavolo di confronto sul futuro di Tim e della «rete di telecomunicazioni di nuova generazione» di cui si sta discutendo.

Verso il via libera a FiberCop

Il dibattito ha preso quota in questi giorni, innanzitutto attorno all’idea della costituzione di una possibile società unica della rete che potrebbe nascere dall’unione di Tim e Open Fiber. Su questo versante le discussioni hanno evidenziato divergenze sulla governance: società a maggioranza Tim (come spiegato dall’ad Tim Luigi Gubitosi da ultimo in una recente intervista) o in cui l’incumbent sia in minoranza con un ruolo prioritario dello Stato e un’impronta esclusivamente wholesale (come indicato dai vertici di Open Fiber e dal Governo, in particolare dalla componente M5S). Tutto questo mentre si avvicina il 31 agosto, data del Cda Tim in cui è previsto il disco verde all’operazione FiberCop (una società con in pancia la rete “secondaria” di Tim) con l’ingresso del fondo Usa Kkr oltre che di Fastweb.

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Incontro Palermo-Gubitosi, si accelera su rete unica

Un incontro tra i due amministratori delegati di Tim e di Cdp, Luigi Gubitosi e Fabrizio Palermo si è tenuto martedì e possibili altri faccia a faccia potrebbero esserci nei prossimi giorni in vista del Cda di lunedì della società telefonica. Il confronto punta alla definizione di un Memorandum of Understanding (Mou), in pratica una lettera di intenti, già prima del consiglio di amministrazione che dovrebbe scorporare nella nuova società Fibercop la rete secondaria prevedendo l'ingresso del fondo usa Kkr. L'ipotesi di lavoro è quella di una società per la rete unica nella quale Tim potrebbe mantenere il 50,1%, quindi una maggioranza, ma che avrà una governance “terza”. L'obiettivo è quello di ottenere il via libera delle autorità di regolazione europee sul riconoscimento che si tratta di una società “non verticalmente integrata”, in grado quindi di superare i rilievi antitrust e di accedere ai fondi pubblici, come quelli del “recovery fund”.

I punti fermi dei sindacati

In questo quadro i tre segretari generali delle organizzazioni delle Tlc - Salvo Ugliarolo (Uilcom Uil), Fabrizio Solari (Slc Cgil) e Vito Vitale (Fistel Cisl) - si rivolgono al presidente del Consiglio chiedendo l’apertura di un tavolo e indicando senza tentennamenti i loro punti fermi: niente separazioni societarie in Tim che aprirebbero la strada «allo “spezzatino” di Tim ed al rischio consistente di migliaia di esuberi» e pallino della partita in mano all’ex monopolista, unico «soggetto capace di sostenere ingenti e costanti investimenti nello sviluppo della rete non solo come cavo di connessione ma come sistema intelligente ed evoluto». Questo compito «lo può assolvere Tim, certamente una Tim con un diverso assetto societario rispetto ad oggi».

No a scissioni

La nuova impresa della rete «dovrà assieme permettere l'integrità del perimetro di Tim attraverso il possesso della maggioranza delle azioni, ma anche esser aperta da subito a tutti gli investitori interessati ai quali vanno garantiti poteri speciali tali da impedire un predominio di Tim. Alle authority di controllo, Agcom ed Agcm, il compito di garantire piena parità di accesso alla rete ed un regime di vera concorrenza».

Il ruolo dello Stato

Cdp, proseguono i sindacalisti, «oggi azionista sia di Open Fiber che di Tim, dovrà utilizzare questa fase per accrescere la sua presenza in Tim traguardando nel tempo la creazione di una società pubblica, stabilizzata dalla stessa Cdp, che manterrebbe al nostro Paese una presenza industriale nelle Tlc cosi come è già avvenuto in Francia e Germania. Altre soluzioni non garantirebbero la costituzione di un soggetto capace di guidare i processi di digitalizzazione e di competere magari anche oltre i confini nazionali ma, soprattutto, impensieriscono molto sul piano della tenuta occupazionale».

I limiti della società wholesale

Secondo i sindacati, insomma, «una società della Rete “pubblica” specializzata nel solo wholesale finirebbe per trasformarsi in una grande società di manutenzione che difficilmente potrebbe svolgere quel ruolo di continua innovazione di un settore dove non è sufficiente stendere un cavo».

Il rischio “bomba sociale”

«La politica - dice al Sole 24 Ore Salvo Ugliarolo, segretario generale Uilcom Uil - non ricommetta gli errori fatti ai tempi della privatizzazione del 1997 e sia ragionevolmente aperta ad ascoltare tutti i soggetti interessati al nuovo progetto. Dentro la galassia di Tim, come abbiamo scritto al premier, ci sono 100 mila lavoratori interessati fra diretti e indiretti. Scelte sbagliate possono avere le conseguenze di una bomba sociale».

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