tribunale di mantova

Rettifica del sesso all’anagrafe anche se il cambiamento non è chirurgico

di Selene Pascasi


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(FOTOGRAMMA)

2' di lettura

Rettifica immediata dell'atto di nascita, con modifica del nome da femminile a maschile, anche se il cambiamento di sesso non è “chirurgico”. Vedere su carta un nome che corrisponde alla propria vera personalità, infatti, è funzionale al conseguimento del pieno benessere psicofisico. Lo afferma il Tribunale di Mantova, con sentenza del 21 aprile 2017.

A chiedere la modifica del proprio nome sui documenti, è una signora, non sposata e senza figli, che, fin da piccola, nonostante le caratteristiche biologiche, anatomiche e genitali tipicamente femminili, aveva convissuto con un'identità psico-sessuale maschile. Di qui, la decisione di adeguare il corpo alla reale personalità e avviare un percorso di transizione verso l'altro sesso. Una trasformazione donna-uomo che, a breve, dunque, sarebbe diventata irreversibile anche dal punto di vista estetico, essendo già ben consolidata a livello psicologico. Ma intanto, nelle more dell'intervento, chiede ai giudici di poter rettificare il nome all'anagrafe, mutandolo nel genere maschile. Richiesta accolta: l'atto di nascita si può “ritoccare” anche senza trattamento chirurgico.

La sentenza del Tribunale di Mantova

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Era evidente, premette il Tribunale, che l'istante – convivente con una compagna – sentisse da sempre di appartenere al sesso opposto, tanto da averlo manifestato ai suoi coetanei e da aver assunto comportamenti, gestualità, andatura e abbigliamento tipicamente maschili. La sua condizione, quindi, notano i giudici, «costituisce un vero e proprio vissuto primario» che, oltre a legittimare l'adeguamento chirurgico degli attributi, rende superfluo disporre una consulenza tesa ad accertare il reale desiderio di trasformarsi in uomo. Del resto – ricorda Cass. 15138/15 (conforme Cedu 10.3.15, Affaire Y.Y. c. Turquie) – la rettifica del sesso nei registri anagrafici non è subordinata ad un intervento demolitorio e/o modificativo dei caratteri anatomici primari, ritenendosi sufficiente l'acquisizione di «una nuova identità di genere» frutto di un processo individuale che attesti la serietà e l'univocità del percorso scelto. Soluzione aderente ai canoni costituzionali, perché rimette al singolo la scelta delle «modalità attraverso le quali realizzare, con l'assistenza del medico e di altri specialisti, il proprio percorso di transizione».

Ma ogni caso è a sé, e occorrerà accertare, volta per volta, il carattere definitivo di un cambiamento tanto importante. Vaglio rispetto al quale l'intervento costituisce solo una tecnica di adeguamento dei tratti somatici con quelli del sesso di appartenenza, per assicurare alla persona il «pieno benessere psichico e fisico» se «la divergenza tra il sesso anatomico e la psicosessualità sia tale da determinare un atteggiamento conflittuale e di rifiuto della propria morfologia anatomica». D'altronde, l'identità di genere è elemento costitutivo del diritto all'identità personale (diritto fondamentale della persona: C. Cost. 221/15). Ma già il Tribunale di Bari (5467/15) autorizzò, con un unico provvedimento, intervento e modifica anagrafica. Inevitabile, allora, anche senza passare per la sala operatoria, l'ok al nome maschile sull'atto di nascita di chi, pur essendo nata donna, rischia la salute psicofisica per via dei disagi relazionali legati al dover convivere con una personalità interiore maschile.

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