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Riad cerca futuro al petrolio nella chimica (e punta all’India)

di Sissi Bellomo


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(Reuters)

3' di lettura

Garantire domanda per il petrolio saudita, anche in un futuro con meno combustibili fossili. È con questo obiettivo che Riad ha modificato le strategie di Saudi Aramco, accelerandone l’espansione nel downstream. E ora la compagnia si lancia alla conquista dell’India.

Nel Paese asiatico, destinato a trainare la futura crescita dei consumi di greggio, i sauditi avrebbero avviato «serie discussioni» per rilevare fino al 25% delle attività di raffinazione e petrolchimica di Reliance Industries, un affare da almeno 10-15 miliardi di dollari secondo il Times of India, che per primo ha pubblicato le indiscrezioni.

Saudi Aramco meno di un mese fa ha assunto il controllo del gigante chimico Sabic , rilevandone il 70% dal fondo sovrano per 69,1 miliardi di dollari. E questa settimana ha acquistato il 17% delle raffinerie sudcoreane Hyundai Oilbank per 1,2 miliardi.

Ma la scommessa sul downstream è iniziata da tempo, ispirata probabilmente dal crollo dei prezzi del greggio nel 2014-2016 e proseguita in risposta alle crescenti insidie con cui Riad deve confrontarsi: non solo le misure contro il cambiamento climatico, ma anche la concorrenza sempre più agguerrita di altri produttori, tra cui oggi anche gli Usa.

Saudi Aramco non fa mistero delle sue strategie e ne parla anche nel prospetto del bond da 12 miliardi che ha appena collocato sul mercato, lo stesso prospetto in cui per la prima volta ha svelato il bilancio, dimostrando di essere la società più redditizia al mondo.

I sauditi sono già oggi i maggiori consumatori del proprio greggio: gli impianti controllati in patria e all’estero hanno assorbito il 38% della produzione di Aramco nel 2018, ossia 3,9 milioni di barili al giorno (su 10,3 mbg estratti). Ma l’autosufficienza è destinata a crescere, perché – così dice testualmente il prospetto – «l’integrazione strategica dei segmenti upstream e downstream offre l’opportunità di assicurare domanda per il greggio».

Aramco afferma che fin da quest’anno la sua capacità di raffinazione salirà da 3,1 a 3,7 mbg e quella di produzione chimica da 16,8 a 20,8 miloni di tonnellate l’anno (al netto di Sabic), grazie all’avvio di due nuovi maxi-impianti in joint venture: Jazan in Arabia Saudita (con la statunitense Air Products) e PRefChem in Malaysia con la compagnia locale Petronas.

Secondo Energy Intelligence Aramco sarebbe anche prossima a rilevare da Shell il 50% del complesso Sasref a Jubail, che oggi è una jv paritaria.

La partita in India è più complessa, ma potrebbe rivelarsi cruciale per i sauditi. La domanda petrolifera di New Delhi sta infatti crescendo a tassi superiori a quelli della Cina e in una ventina d’anni promette di raddoppiare dagli attuali 4 mbg circa.

L’affare con Reliance – che controlla un enorme impianto capace di raffinare da 1,4 mbg nel Gujarat, di cui pianifica l’espansione – potrebbe chiudersi a giugno, secondo il Time of India.

Il magnate Mukesh Ambani, proprietario del gruppo, è stato almeno due vole in Arabia Saudita da dicembre. E il principe saudita Mohammed bin Salman ha visitato l’India a febbraio, esaltando la possibilità di investimenti miliardari.

Anche il suo ministro dell’Energia, Khalid al Falih , è un habitué, nel Paese asiatico e pure a casa Ambani: nei mesi scorsi ha presenziato ai matrimoni di due dei suoi figli. In una di queste occasioni ha parlato pubblicamente dell’interesse di Aramco per raffinerie in joint venture in India.

Un progetto nello Stato del Maharashtra – in cui accanto a Saudi Aramco sono coinvolte società indiane minori e la compagnia emiratina Adnoc – era stato annunciato l’anno scorso, ma si è arenato per l’opposizione delle popolazioni locali.

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