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Riad, il crollo del greggio contro le riforme di Mbs

Pugno di ferro in Arabia Saudita contro gli oppositori del principe Mohammed bin Salman, che deve affrontare una doppia sfida

di Ugo Tramballi

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(EPA)

Pugno di ferro in Arabia Saudita contro gli oppositori del principe Mohammed bin Salman, che deve affrontare una doppia sfida


4' di lettura

«Oil Price Armageddon», titolava la settimana scorsa uno dei siti internazionali più autorevoli dedicati al business energetico. Dopo tre giorni di intenso confronto a Vienna, Arabia Saudita e resto dell’Opec da una parte, Russia e resto dei produttori non-Opec dall’altra, non erano riusciti a raggiungere un accordo sul taglio della produzione: Riad proponeva di ridurre la sua di un milione di barili al giorno, in cambio di un taglio russo da 500mila. Nessuna diminuzione, ha risposto Mosca. Intanto a causa del coronavirus il prezzo del greggio era già crollato a 46 dollari al barile.

In quegli stessi giorni a Riad il principe ereditario Mohammed bin Salman, MbS per il mondo intero, 34 anni, organizzava un’altra purga di palazzo. Non era la prima da quando, nel 2017, suo padre Salman, 84 anni, lo aveva nominato suo successore, cambiando decisioni precedenti e rivoluzionando consuetudini antiche. Una via di mezzo fra Macbeth e le purghe staliniane: sono stati arrestati – sembra per alto tradimento - i principi Ahmed bin Abdulaziz e Mohammed bin Nayef. Il primo era appena rientrato da una caccia col falcone in un vicino emirato del Golfo; il secondo prelevato col fratellastro Nawaf dal suo accampamento nel deserto. Quel genere di caccia e la tenda sono parte di una tradizione saudita che ricchezza e modernità non hanno scalfito.

Cosa hanno in comune il coronavirus, il barile in picchiata e la purga di Riad? Sono consequenziali. Il virus ha fatto precipitare il prezzo degli idrocarburi le cui entrate sono fondamentali per alimentare le riforme economiche avviate da Mbs. Se quelle riforme falliscono, come già accaduto ad altre iniziative del giovane e impulsivo principe, cresce l’opposizione dentro la grande famiglia reale (10mila principi), già manifestatasi in questi anni. Così le purghe e il pugno di ferro interno.

Se MbS ha fatto arrestare Ahmed bin Abdulaziz, 76 anni, e Mohammed bin Nayef, 62, significa che nessun principe può sentirsi al sicuro. Il primo, suo zio, è il minore e il più amato dei fratelli di re Salman. Essere fratello e non fratellastro è importante: significa essere parte dello stesso clan nella casa reale fondata da Abdulaziz al-Saud che ebbe 22 mogli e 45 figli maschi. Dal 1953, alla sua morte, la successione è passata automaticamente al più anziano dei figli. Salman sarà l’ultimo: nel 2015, dopo una dolorosa riforma dei meccanismi di successione, si decise che il nuovo re sarebbe stato scelto fra i principi della generazione successiva degli al-Saud. Fu designato Mohammed bin Nayef ma due anni più tardi, con un colpo di mano, MbS ha spinto suo padre Salman a estromettere Mohammed e nominare lui come principe ereditario.

Evidentemente Mohammed non l’aveva presa bene e con altri principi rifiutò di giurare fedeltà al più giovane cugino che lo aveva deposto. Da allora era tenuto sotto controllo e non poteva viaggiare all’estero. I due principi arrestati erano stati entrambi ministri degli Interni, la carica più importante e sensibile per la sicurezza del Paese sotto il cui comando c’è la Guardia nazionale, un corpo d’élite. Ma nessuno come Mohammed bin Nayef rappresentava il deep state saudita, più potente e ramificato della stessa pletorica casa reale. Negli Stati Uniti Mohammed aveva fatto l’università e poi la scuola dell’Fbi. Aveva legami molto stretti con l’intelligence Usa, rafforzati dalla lotta comune all’Isis. Da ministro degli Interni eliminava nemici interni e dissidenti con più discrezione e meno sadismo di MbS. Non avrebbe mai mandato i suoi agenti all’estero per tagliare a pezzi Jamal Khashoggi.

Ora Mohammed, come Ahmed, sarebbe accusato di aver organizzato un colpo di Stato per esautorare il cugino MbS. Avrebbero cercato l’aiuto degli Stati Uniti e di altre potenze straniere. Con loro sarebbero stati arrestati anche centinaia di funzionari del ministero degli Interni. Ma la purga potrebbe anche essere solo un ammonimento agli altri 10mila parenti di una famiglia reale che non deve essere facile controllare.

In ogni caso, la purga non è una prova di forza ma di debolezza. Per i canoni sauditi MbS è un grande riformatore: la quotazione di Saudi Aramco, la gigantesca e misteriosa compagnia petrolifera nazionale, è un vago tentativo di trasparenza. L’obiettivo di cambiare un sistema economico fondato su una sola fonte – gli idrocarburi – di aprire la società, dare più spazio alle donne, non piace a tutti i principi. L’arrestato Ahmed, conservatore sul piano religioso, si era lamentato della chiusura dei luoghi santi a causa del coronavirus.

Ma se è un vero riformatore, MbS è anche immaturo e pericolosamente scostante: dopo aver dato più spazio alle donne nella società, ha fatto arrestare e torturare le giovani che chiedevano quelle riforme. Nella sua supposta lotta alla corruzione ha tenuto sotto chiave per 15 mesi principi e uomini d’affari, per costringerli a cedere allo stato parte della loro ricchezza. Erano rinchiusi all’hotel Ritz Carlton ma molti di loro sono stati torturati. L’immaturità del principe è soprattutto dimostrata dal suo tentativo di costruire per il regno un ruolo geopolitico e militare nella regione, da quando gli americani non sono più un alleato affidabile. La guerra nello Yemen è stata un disastro, il boicottaggio al Qatar un inutile dispendio di tempo e di energie. E se il regime iraniano è vicino al collasso, non è merito suo ma del coronavirus.

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