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Musumeci: «Riapertura? Decideremo dopo la conferenza Stato-Regioni. Ci saranno regole per vacanze in sicurezza»

Il presidente della Regione siciliana Nello Musumeci taglia corto sulle polemiche: «No a decisioni a macchia di leopardo». E sul passaporto sanitario dice: «Il nome conta poco, ci saranno regole per fare vacanze in sicurezza»

di Nino Amadore

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(Imagoeconomica)

Il presidente della Regione siciliana Nello Musumeci taglia corto sulle polemiche: «No a decisioni a macchia di leopardo». E sul passaporto sanitario dice: «Il nome conta poco, ci saranno regole per fare vacanze in sicurezza»


6' di lettura

Chiamatelo, se volete, passaporto sanitario anti Covid-19. Ma è un protocollo per la sicurezza dei turisti e di chi li ospita. E soprattutto che non fa alcuna differenza tra chi proviene dalla Lombardia e chi viene da un’altra regione. Il presidente della Regione siciliana Nello Musumeci taglia corto sulle polemiche e sulla riapertura della Sicilia a cittadini provenienti da altre regioni pone un punto fermo: le decisioni della Conferenza Stato-Regioni. Per il momento le certezze sono due: i tecnici sono al lavoro per dare contenuti al protocollo sanitario; l’ordinanza del governatore siciliano che prevede anche limiti per chi proviene da altre regioni scade il 7 giugno.

Questa vicenda del passaporto sanitario ha scatenato polemiche: sembra ormai esserci un caso Sardegna.
Non esiste un caso Sardegna: c'è una proposta del collega governatore sulla quale credo si sia fatta un po’ di speculazione. C’è una domanda di fronte alla quale credo tutti ci siamo trovati: possiamo conciliare il cuore e la ragione? Il cuore vuole tutte le strutture ricettive della regione piene ma la ragione chiede sicurezza. Io credo che questa epidemia non ce lo consenta ma abbiamo il dovere di osare, di rischiare: sapendo che se si dovesse accendere un focolaio tutto tornerebbe come prima.

In questi giorni sono state fatte diverse ipotesi sulla Sicilia: passaporto sanitario, autorizzazioni. Qual è la verità? Cosa faremo?
Intanto è un fatto di denominazione: chiamarlo passaporto sanitario o protocollo sanitario non fa alcuna differenza. Noi riteniamo che il turista debba poter restare in Sicilia in una condizione di sicurezza per sé e per chi lo ospita. Il protocollo di sicurezza che ancora non è definito nei particolari, sarà frutto di un lavoro tra il dipartimento regionale della Salute e quello del Turismo, con la collaborazione degli operatori turistici. E prevede anche il potenziamento dei servizi sanitari soprattutto nelle isole minori. Un protocollo di sicurezza a prescindere dalla zona da cui si proviene perché sarebbe assurdo pensare che un lombardo sia più contagioso di altri. Ci sono poi i casi asintomatici e quelli riguardano anche i siciliani.

Protocollo che dovrebbe essere pronto per il 5 giugno o al massimo per il 7.
Si. La nostra ordinanza scade il 7 e in teoria noi il giorno dopo potremmo riaprire. Ma la nostra misura deve essere consequenziale rispetto a quella adottata dal governo nazionale. Non può essere demandato alle regioni il compito di decidere sulla mobilità interregionale: non riesco a immaginare sullo Stivale una mobilità a macchia di leopardo. È chiaro che la decisione deve maturare all’interno di un confronto tra lo Stato e le Regioni quindi all’interno della Conferenza con il coinvolgimento dei Comuni. E poi una volta assicurato il dato epidemiologico, che non deve comportare serie preoccupazioni, si deciderà di aprire tutti assieme: ogni regione sarà chiamata ad adottare misure di tutela e di cautela differenti.

A proposito del dato epidemiologico: che dati abbiamo?
Lo sapremo oggi: è la data di scadenza delle due settimane entro le quali di dovrebbe manifestare l’eventuale positività.

In Sicilia in questo momento è tutto praticamente fermo: eventi, mare, montagna. Un settore che conta molto. Cosa si può fare?
Nulla che possa violare le norme di sicurezza. L’altroieri ho portato un ospite in un locale di Ballarò a Palermo e il titolare piangeva: eravamo gli unici clienti a a pranzo. Aveva investito centinaia di migliaia di euro e le banche con il solito egoismo e una incomprensibile insensibilità gli hanno chiuso le porte in faccia. Quel poveretto non sapeva cosa fare. Noi abbiamo bisogno di inventarci procedure straordinarie per operare iniezioni di liquidità ma abbiamo bisogno di avere al nostro fianco il sistema bancario.

Ne avete parlato con l’Abi?
Abbiamo parlato con l’Abi e abbiamo trovato grande disponibilità e dialogo da parte del direttore Salvo Malandrino che è il referente regionale ma i segnali che arrivano non sono incoraggianti. E questo è un tema che affronterò con il presidente Conte nell’incontro con la Cabina di regia. Penso che la vacanza in Sicilia può essere quest’anno un contributo alla ripresa ma è inutile pensare a soluzioni diverse perché non esistono.

Avete fatto una Finanziaria pesante ma qualcuno osserva che c’è bisogno di liquidità.
Il bilancio regionale non può risolvere i problemi di un’Isola che ha centinaia di migliaia di imprese tra cui molte già decotte prima dell’epidemia. Gli interventi sostanziosi sono quelli che arrivano dallo Stato ma devono arrivare in tempi brevi e soprattutto senza lacci e lacciuoli perché se cominciamo a frapporre mille ostacoli l’imprenditore perde tempo, si esaspera più di quanto già non sia e non riesce a rialzarsi. Abbiamo bisogno di fare trasfusione di ottimismo.

I Comuni siciliani dicono: sono stati previsti 300 milioni per gli enti locali, ne servirebbero 500. E chiedono: quando arriveranno i soldi?
Ci vorrebbero 2000 assunzioni alla Regione siciliana da fare in 15 giorni.

Un po’ complicato.
Parliamoci con assoluta chiarezza. Abbiamo trovato una regione dove la digitalizzazione era solo il titolo di un fascicolo. Abbiamo avviato un processo di informatizzazione delle strutture e per completarlo non basteranno tre anni, non possiamo in questo momento fare concorsi e ci stiamo affidando a un’agenzia del ministero per accelerare le procedure, nella mia legislatura andranno in pensione circa 5.000 dipendenti di fascia medio alta. Questa è la realtà di una Regione che si trova al centro di una epidemia che richiede misure urgenti in tempi brevi.

Sono stati persi vent’anni.
Siamo convinti che entro ottobre riusciremo a dare i primi e concreti segnali che comunque saranno segnali limitati nella quantità perché noi non possiamo fare debiti. Noi utilizziamo fondi comunitari che sono legati a protocolli ben definiti e se li usiamo per la liquidità non li possiamo usare per altre cose. Stiamo lavorando, è previsto un incontro per oggi con i dirigenti di alcuni dipartimenti per capire come, con questa macchina, si possa accelerare il processo. Si tratta di un impegno di circa un miliardo per vari settori produttivi e può rappresentare una prima boccata d’ossigeno. Se dallo Stato arrivano risorse noi poi potremmo compensare. Mi auguro che sia così ma ho qualche perplessità.

La Guardia di finanza ha arrestato il commissario anti Covid che voi avevate nominato. Questa regione sembra irredimibile. Cosa bisogna fare? Come ne usciamo?
Posso dire una cosa forse pesante?

Prego.
Alla mia età, dopo aver fatto l’amministratore locale, presidente della provincia, parlamentare senza mai aver dato fastidio alle procure della Repubblica, io sono convinto che la Sicilia nella sua stragrande maggioranza sia una regione che fa finta di cambiare: la Sicilia non vuole cambiare perché ha paura del nuovo. E il cambiamento in Sicilia prima di essere strutturale deve essere culturale. La sanità è stata in Sicilia la prateria dove malapolitica e affarismo anche mafioso hanno stipulato i patti più osceni. Quando l’assessore alla Salute Ruggero Razza ha avuto bisogno di un commissario per affrontare l’emergenza e si è rivolto a un manager frequentatore abituale delle procure e ha fatto la scelta che ogni buon politico avrebbe fatto: certo non una scelta di parte. E invece ti ritrovi di fronte a uno dei tanti capitoli di una antimafia di facciata. Per fortuna emerge dalle intercettazioni come questa gente non abbia trovato nel presidente della Regione e nell’assessore quella sponda che cercava.

È vero che pensate di nominare Guido Bertolaso al posto del manager
arrestato?

Assolutamente no. Ho incontrato Bertolaso, probabilmente collaborerà con noi ma non si è parlato affatto di quella nomina.

Veniamo all’Anas: avete annunciato che farete causa all’azienda.
In Sicilia c’è un’emergenza viabilità e infrastrutture e l’Anas non è più in condizione di poter assolvere al proprio compito. Abbiamo atteso due anni e mezzo e abbiamo capito che in tutto tempo non abbiamo potuto inaugurare nemmeno un chilometro di strada. Abbiamo deliberato di dare mandato a un gruppo di legali per una ricognizione dei danni di immagine e economiche l’Anas ha determinato e determina alla regione. C’è un’altra vertenza aperta col governo nazionale: in Sicilia 15mila chilometri di strade provinciali sono in una condizione di squallido abbandono.

Ma in questo caso non doveva essere nominato un commissario?
Esatto. Venti mesi fa è venuto il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli e ci ha detto: queste sono strade da terzo mondo, per una situazione straordinaria servono soluzioni straordinarie. Ci ha parlato di un commissario, ci ha chiesto di concordare un nome e lo abbiamo fatto. Sono passati venti mesi e un solo passo avanti non è stato fatto. Il commissario non è mai stato nominato.

Si ricomincia a parlare anche di Ponte sullo Stretto.
È bello che l’alta velocità ferroviaria arriva a Reggio Calabria, ma poi che si fa? Purtroppo in questo governo vi sono due forze politiche su tre che hanno dichiarato di essere contrarie al Ponte sullo Stretto.

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