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Ricamata o con il sorriso: così la moda reinventa la mascherina anti virus

Siamo agli albori di una nuova realtà in cui risorgerà il fatto a mano, ma sulla quale peserà l’equivalenza tra contatto e contagio e gireremo mascherati

di Angelo Flaccavento

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Siamo agli albori di una nuova realtà in cui risorgerà il fatto a mano, ma sulla quale peserà l’equivalenza tra contatto e contagio e gireremo mascherati


2' di lettura

L’otium , che nella cultura classica era una dimensione ideale di pensiero ritemprante, poco si adatta alla condizione postmoderna di iperattività distratta e nulla affatto introspettiva. Ancor meno se forzato. Non è un caso che impazzino le dirette social, quando il silenzio sarebbe meglio. Costretti in casa, abbiamo molto tempo per riflettere a vanvera, immaginando utopie e distopie, angoscianti o escapiste poco importa. Mai come adesso il futuro offre un labirinto di biforcazioni che potrebbero condurre in direzioni divergenti.

Risorge il fatto in casa

Limitandoci al vestire - la moda, con la sua componente sociale e performativa appare hic et nunc come un orizzonte remoto dal quotidiano della sopravvivenza - si può verosimilmente immaginare un risorgere del fatto a mano, al limite anche in casa. Ma è altrettanto lecito preconizzare una esplosione di paranoia che farà della protezione antisettica una necessità estetica. Il new normal, come viene già odiosamente etichettato il presente che verrà, dovrà per forza di cose fare i conti con il portato forse più devastante della pandemia e di come la si è mediatizzata e teatralizzata: l'equivalenza tra contatto e contagio, che ci impone ipso fatto di diventare cyborg, di preferire il virtuale al reale perché è dal vero che i germi proliferano e si moltiplicano.

Il nodo del problema è tutto in questo assioma, che invero nega la nostra natura di animali sociali, e la incanala in un nuovo protocollo sottovuoto a prova di malattia. «Dovremo imparare a vivere contactless in un mondo di touch screen» suggerisce un aforisma fulminante su IG. Dovremo imparare a toccare tutto attraverso la membrana lattiginosa di guanti chirurgici, a respirare imbavagliati dentro mascherine, a comunicare con lo sguardo perché gli occhi saranno la sola parte visibile del volto.

Il sorriso sulla mascherina

Al massimo il sorriso sarà un trompe l'oeil sul bavaglio, che c'è già chi immagina anche ricamato, da sposa. Vivremo in maschera, geolocalizzati, equipaggiati di sensori che si trillano inesorabili al superamento delle distanze di sicurezza, di artigli e chiavi che ci consentono di non appoggiare mai il polpastrello su un oggetto che non ci appartiene. Moda ansiolitica per tempi ansiogeni: impazzeranno i tessuti germicidi, le plastiche isolanti, le spalmature igienizzanti. Saremo tutti equipaggiati per eventuali guerre batteriologiche, anche in versioni fai da te? Forse. Il little black dress potrebbe trovare il degno sostituto nel sacco nero della monnezza, opportunamente adattato. La paranoia da contagio ci renderà nell'immediato tutti simili a rapinatori, con il volto coperto, cittadini anonimi di centri urbani contingentati, a misura di salute ma non di uomo, con nuove barriere erette a ogni pié sospinto per contenere l'incontenibile. La vita stessa è contagio, c'è poco da fare.

New normal in grigio

Ma ci sarà anche una diversa e più eccitante paranoia con la quale fare i conti: l'autoritarismo totalitario del controllo per ragioni di salute pubblica, che ci costringe già oggi a rendere conto di ogni azione e che potrebbe produrre un new normal di abiti grigi e anonimato orgoglioso per attrarre meno che è possibile l'attenzione del gendarme di turno. Oppure il contrario: confondere fiammeggiando. È presto per dire. Continuiamo a immaginare, e poi sarà quel che sarà.

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