COMPETENZE E IT

Riccardi (Aubay): «Sulle competenze serve uno sforzo con sindacati, Confindustria e Governo»

Lo scoglio da superare, secondo il manager, è la carenza di formazione, in particolare, tra i 50-60enni. Altrimenti si rischia una crisi occupazionale

di Simona Rossitto

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Paolo Riccardi, ceo di Aubay Italia

3' di lettura

Bene il Recovery Fund, che può aprire tante opportunità, ma c'è uno scoglio importante da superare, che è quello della carenza di competenze, soprattutto nella fascia di mezzo dei 50-60enni. Occorre, secondo Paolo Riccardi, ceo di Aubay Italia, azienda di servizi e consulenza It, occuparsi del tema della riconversione delle competenze, e per far questo bisogna portare avanti un lavoro cross-aziendale, con Confindustria Digitale e il coinvolgimento del Governo. Il rischio, altrimenti, racconta il manager a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) è quello di trovarsi tra qualche anno con «competenze eccellenti tra i 25-40enni e una crisi occupazionale che, nel giro di tre anni, potrebbe colpire i 50-60enni». Inoltre, nell'ottica del Recovery Fund, un passaggio fondamentale è il rafforzamento del «capitale umano che, dal nostro punto di vista, non è stato finora sufficientemente preso in considerazione».

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«Nell'anno horribilis 2020 ricavi in linea con l'esercizio precedente»

La pandemia di coronavirus ha trovato Aubay, che conta 2.200 dipendenti in Italia, 6.000 nel mondo, resiliente: «I ricavi - racconta Riccardi che è anche direttore generale del gruppo Aubay e quarto azionista - sono in linea con il 2019, con un leggero calo, dello 0,7%, su quelli italiani e un aumento del 2,5% di quelli del gruppo. Aubay Italia chiude il 2020, anno horribilis del Covid, infatti, a 116 milioni mentre il gruppo ne realizza per 426 milioni. Aubay è un'azienda sana, liquida, vediamo nelle linee guida del Recovery Plan i capisaldi di investimento che dovrebbero produrre un'accelerazione che si riverbererà sulle nostre attività tradizionali». In un'ottica generale, intanto, «la pandemia ha accelerato l'evoluzione del digitale: mentre in epoca pre Covid si procedeva a rilento, l'emergenza ha creato una tempesta, ma anche grandissime opportunità. Ora è in arrivo il Recovery Fund che mette a disposizione forti investimenti per l'innovazione. Si apriranno spazi importantissimi: innanzitutto relativamente al completamento delle infrastrutture, visto che solo il 30% della popolazione italiana ha la banda ultra larga, ed è evidente che senza fibra e 5G sarà complicato attuare la transizione 4.0».

Competenze necessarie per l'utilizzo delle infrastrutture

Ma veniamo ai nodi da risolvere che riguardano le competenze, necessarie per l'utilizzo delle infrastrutture. «Il problema che troviamo rilevante dal nostro punto di vista e crediamo sia paradossalmente più importante, è legato all' inadeguatezza di competenze digitali sul mercato. Solo il 40% della popolazione ha, infatti, conoscenze di base rispetto al 60% medio in Europa e siamo molto indietro nell'ambito delle lauree Stem». Inoltre, mentre nell'Ict è più semplice trovare competenze, nelle altre aziende le competenze digitali vanno costruite: «da noi il 70% dei dipendenti ha competenze digitali, il 30% se le sta costruendo. In un'azienda manifatturiera, ad esempio, le percentuali sono ribaltate». Coscienti della necessità di un approccio generale, cross-aziendale e settoriale, Aubay sta lavorando con Confindustria Digitale e sindacati: «Riteniamo che il tema delle competenze sia prioritario alla stregua di quello degli investimenti, altrimenti rischiamo di avere le infrastrutture senza le competenze tecnico-organizzative necessarie». Guardando in particolare al settore It, sottolinea il manager, «il problema di competenza riguarda la fascia over 50, un'età di mezzo da alimentare con nuovi skill per evitare problemi occupazionali. Stiamo facendo una mappa delle competenze da convertire, ma servono progetti che vadano oltre la singola azienda con una regia, attraverso Confindustria Digitale».

Solo il 40% delle aziende ha il chief Information security officer

In questo scenario va coinvolto il Governo: «gli esecutivi precedenti avevano già pensato di operare su questi temi, d'altronde finché i soldi erano pochi la trasformazione digitale procedeva a rilento, ora il rischio è che i soldi ci siano ma i percorsi di accelerazione siano improvvisi. Riteniamo, dunque, che se non si lavora anche nel Recovery sulle competenze per tempo, il rischio è che ci si trovi impreparati». Un settore da non sottovalutare è in particolare quello della cybersecurity «dove mancano ancora tante figure specializzate e solo il 40% delle grandi aziende ha al suo interno il chief information security officer (Ciso)». Quanto infine al quadro normativo, Aubay valuta in maniera positiva l'introduzione del Gdpr e ricorda come in una bozza della scorsa legge di bilancio ci fosse la proposta di creare un istituto italiano di cybersicurezza: «Credo che se il nostro sistema non inizierà a produrre soluzioni di sicurezza informatica si rischia di diventare ostaggio delle grandi aziende straniere. Eravamo stati - conclude Riccardi - molto colpiti in senso positivo dal fatto che fosse stata pensata una cabina di regia nazionale, la riteniamo, anche sotto questo profilo, necessaria».

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