LE RICADUTE SULLA SOCIETà

Ricerca aperta per un dibattito democratico

di Fulvio Esposito

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3' di lettura

Quasi tutti sanno che le cure di cui noi e i nostri bambini beneficiamo sono frutto del lavoro di persone, i ricercatori, che a questo compito hanno deciso di dedicare la loro vita.

Ci sono risultati di altri settori della ricerca, oltre quella biomedica, che hanno avuto altrettanto impatto nel migliorare le condizioni di vita degli abitanti della Terra (purtroppo, spesso, solo di una parte di essi, ma di questo parleremo un’altra volta), di cui i cittadini sono assai meno consapevoli, perché sono sì pubblicati, cioè resi «pubblici», ma attraverso riviste o libri che sono letti o consultati soltanto dagli specialisti, che non escono dagli armadi e dai cassetti delle nostre università e dei nostri centri di ricerca.

Aprire i cassetti e gli armadi della ricerca è il servizio migliore che si possa rendere, al tempo stesso, ai ricercatori e alla società. Probabilmente, è anche il migliore antidoto a fake news e credenze infondate, che invece prosperano, anche grazie alla pervasiva penetrazione dei social e all’uso, talora improprio, che se ne fa.

Perché allora non diffondere quei risultati anche al pubblico non specialista? Perché non aprire su quei risultati e sui loro impieghi potenziali un dibattito ampio, che una volta avremmo chiamato - e perché non chiamarlo ancora - democratico? Non stimolerebbe, questa apertura, una responsabilizzazione dei ricercatori verso la società, ma anche della società, resa partecipe e “proprietaria” dei risultati della ricerca, verso i ricercatori?

Proprio in questi giorni, i nostri giovani hanno invitato i politici a tener conto dei risultati della scienza nel prendere decisioni sul contrasto alla crisi climatica. Quanto più forte sarebbe questo invito se tutti i cittadini fossero a conoscenza di quei risultati?

Il ministro dell’Istruzione, università e ricerca Lorenzo Fioramonti, pochi giorni fa, ha firmato un decreto nel quale indica all’Agenzia nazionale per la valutazione dell’università e della ricerca (Anvur) come procedere nel compito di analizzare la “produttività” del sistema nazionale della ricerca nel periodo 2015-2019.

Nel decreto di Fioramonti vengono introdotte importanti novità, che rendono l’esercizio di valutazione più utile alle istituzioni di ricerca e più “decifrabile” da parte del pubblico non specialista.

Intanto, viene definito in maniera ampia cosa s’intende per «prodotto della ricerca», per non creare a priori condizioni di vantaggio (o di svantaggio) per questa o quella disciplina. In particolare, i prodotti delle discipline più orientate alla creatività e alle scienze sociali e umane acquisiscono pari dignità rispetto alle pubblicazioni.

Università ed enti di ricerca saranno valutati anche per la capacità di reclutare persone di valore, in grado di contribuire a consolidare o a migliorare il prestigio dell’Istituzione a livello nazionale e internazionale. Sarà presa in considerazione anche la qualità del segmento più giovane: dottorandi e dottori di ricerca, per incoraggiare sempre più un reclutamento nel sistema ricerca basato su trasparenza, apertura e merito.

Ma forse la sfida maggiore che le Istituzioni di ricerca sono chiamate a raccogliere riguarda una nuova dimensione della valutazione: l’impatto sulla società.

Anche per l’Anvur sarà una sfida: non ci si limiterà infatti a considerare elementi “semplici”, che sono però appannaggio privilegiato di certe discipline, come i brevetti. Le Istituzioni di ricerca saranno chiamate a dimostrare, ad esempio, l’impatto che la loro ricerca ha prodotto sul territorio nel quale sono inserite, o per la crescita e lo sviluppo di territori marginalizzati, siano essi in Italia o all’estero, per aumentare la consapevolezza diffusa sulle sfide maggiori che la società contemporanea deve affrontare, o per contribuire a ridurre le disuguaglianze e ad aprire nuove opportunità di lavoro. Nessun limite dunque, se non quello di mettere a fuoco, anziché il beneficio prodotto “all’interno” (risorse acquisite), quello prodotto all’esterno, nella società. Un modo, anche questo, per avvicinare i cittadini alla ricerca, per interrompere circuiti auto-referenziali e per sottolineare che la ricerca finanziata con fondi pubblici deve render conto a chi, attraverso le imposte, la finanzia.

E ancora nella direzione dell’apertura e della trasparenza, nel decreto di Fioramonti c’è un’ultima novità di rilievo: l’invito ai ricercatori a rendere accessibili a tutti, appena possibile, i risultati ottenuti attraverso ricerche finanziate con risorse pubbliche. Finalmente, armadi e cassetti della ricerca aperti ai cittadini!

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