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Ricerca e Web spingono Stone Island

di Giulia Crivelli


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3' di lettura

C’è solo un altro brand che nel 2017, ennesimo anno a tinte miste per la moda e il lusso, ha avuto ritmi di crescita simili a quelli di Stone Island. Si chiama Gucci, ma gioca in un altro campionato, potremmo dire: dichiaratamente posizionata nel lusso, la maison spazia dalla pelletteria all’abbigliamento, dagli occhiali a profumi e gioielli. È un marchio storico e appartiene al secondo gruppo del lusso al mondo, Kering.

Stone Island è specializzata in casualwear, disegna solo collezioni maschili (che però piacciono sempre di più anche alle donne), è concentrata sull’abbigliamento e in particolare su maglieria e capispalla. Carlo Rivetti sorride: commentando i dati 2017 si era schernito. Erano numeri ottimi: ricavi in crescita del 35% a 147 milioni, ebitda quasi raddoppiato (+97%) a 37 milioni. Eppure lui aveva fatto appello alla scaramanzia, alla sua riservatezza piemontese e alla paura di sembrare autocelebrativo.

Oggi è diverso: chiusa la campagna vendite dell’autunno-inverno 18-19, Rivetti può contare, per l’esercizio 2018, su un altro balzo del 36%, toccando il traguardo dei 200 milioni: «Due anni a questi ritmi continuano a spaventarmi ma mi obbligano a riflettere. Anche perché non voglio che sia un periodo irripetibile, sogno che la crescita prosegua. Forse non a colpi del 30%, ma senz’altro a doppia cifra», spiega il presidente di Sportswear Company, l’azienda che possiede e produce Stone Island.

Un osservatore esterno qualche considerazione sul successo del brand può farla: coerenza di prodotto, mai una sbavatura di comunicazione o marketing, giusto rapporto qualità/prezzo, strategia multicanale bilanciata, investimenti nel digitale. E poi, certo, la fortunata coincidenza con un periodo di massima espansione di casualwear, sportswear e streetwear. Sembra che tutti nel mondo, indipendentemente dall’età, abbiano scoperto quanto sia bello usare capi comodi e funzionali.

«Come tutte le storie di successo, la nostra non è facile da sezionare né tantomeno da replicare – sottolinea Rivetti –. Ho sempre avuto la passione per materiali, tessuti, lavorazioni. Ho investito tutte le mie energie imprenditoriali e creative in questa passione, per decenni. Ho fatto una scommessa, in fondo, tanti anni fa, forse con un pizzico di presunzione. Credevo che la mia idea fosse buona e anche se in quel momento il mercato guardava altrove, prima o poi le cose sarebbero cambiate».

Un grillo parlante potrebbe rispondere a Rivetti che forse Stone Island è, semplicemente, diventato di moda, spinto da quello straordinario amplificatore che è internet. «Ci penso tutti i giorni , non senza paura. Ma sono contento che su Instagram abbiamo superato il milione di follower. Dobbiamo proteggere il marchio, certo. Per questo stiamo razionalizzando la rete wholesale e non smaniamo per aprire monomarca. Semmai qualche pop up store in giro per il mondo – precisa Rivetti –. C’è però un aspetto che mi rassicura: i nostri clienti, giovani e non, lo vediamo soprattutto su internet, sanno tutto di Stone Island e spesso hanno in casa capi di 20, 30 anni fa, magari ereditati o comprati sul web. Non ci scelgono sull’onda della moda. E sicuramente non lo fanno al secondo acquisto».

Il 2018 vedrà comunque due aperture importanti, Venezia e Tokyo. E c’è sempre il sogno di trovare uno spazio più grande di quello attuale a Milano. «Non lo cerco più e forse per questo arriverà», conclude Rivetti.

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