L’Erc assegna 540 milioni

Ricerca Ue: bene gli italiani, male l’Italia. Ma con Brexit si può risalire

di Marzio Bartoloni


Crisi non tocca ricercatori:93% lavora, aumentano expat

4' di lettura

Dalle energie rinnovabili a come proteggere l'orologio biologico: sono 222 i progetti di ricerca che si sono aggiudicati i 540 milioni di euro appena stanziati dal Consiglio europeo per la ricerca (Erc). Sul podio Regno Unito, Germania e Francia. L’Italia è sesta con 14 progetti ospitati nei suoi laboratori e centri di ricerca ma sale al quarto posto per il numero di ricercatori (italiani) premiati: in tutto sono 23 di cui 9 hanno scelto l’estero. Fin qui tutto normale: la mobilità dei cervelli è nel dna di chi fa ricerca. Il problema è che nessun straniero - come già accaduto in passato - ha scelto l’Italia per fare ricerca. Un male per il Paese che resta poco attrattivo e perde finanziamenti e ricerca. Ma con la Brexit - l’inghilterra da sempre è prima nella corsa ai fondi Ue - si può aprire qualche opportunità in più anche per l’Italia.

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Quest'anno i ricercatori premiati sono di 29 nazionalità e svolgeranno i loro studi nelle università e centri di ricerca di 20 paesi. Leggermente più alta, rispetto all'anno scorso (17%), la quota delle ricercatrici donne (19%) premiate. A guidare la classifica dei paesi con il più alto numero di progetti finanziati, ci sono Regno Unito (47), Germania (32), Francia (31), cui seguono Olanda (23), Svizzera (18) e poi l'Italia, che rispetto al 2018 sale di due posizioni. A livello di nazionalità la Gran Bretagna è sempre prima con 37 ricercatori, seguita da Germania (33), Olanda (24), Italia (23) e Francia (20). Secondo il Consiglio europeo della Ricerca i finanziamenti permetteranno di creare 2000 nuovi posti di lavoro fra ricercatori, dottorandi e altri membri dei gruppi di ricerca. Per il presidente dell'Erc, Jean-Pierre Bourguignon, se il «budget fosse stato più alto - conclude - si sarebbero potute sostenere più idee brillanti. Spero che per il prossimo programma quadro europeo di ricerca, Horizon Europe, ciò sia possibile, perchè c'è ancora molto da fare».

Come detto gli italiani si confermano ottimi ricercatori. In questo round di finanziamenti dell’Erc - gli «advanced grant» destinati ai cervelli in carriera con borse che valgono 2,5 milioni l’una - si sono aggiudicati 23 borse piazzandosi quarti subito dopo gli olandesi (24), i tedeschi (33) e gli inglesi (37). Una buona performance che conferma la qualità dei nostri scienziati. Con un dettaglio di non poco conto. E cioè che meno della metà dei ricercatori italiani che hanno vinto il grant (9) ha scelto una destinazione all’estero per la sua ricerca. Mentre nessun ricercatore europeo o di altri Paesi - questo programma è destinato anche agli stranieri - ha scelto l’Italia. In altri Paesi, come a sempio l’Inghilterra, sono invece molti i cervelli che vengono da fuori. Un campanello d’allarme questo che mostra le debolezze del nostro sistema.

L’Italia però, in caso di “hard Brexit” anche sulla ricerca, potrebbe conquistare nuove opportunità di risalita visto che gli inglesi primeggiano nella conquista dei fondi e nell’attrazione dei cervelli.
Il Miur si sta muovendo in questa direzione: «Lavoreremo con l'uscita della Gran Bretagna - spiega Giuseppe Valditara, capo dipartimento al ministero - per conquistare piu fondi e attrarre in italia anche i ricercatori stranieri vincitori di Erc. L'idea allo studio è comunque quella di favorire il mantenimento dei livelli retributivi per 5 anni dal rientro per chi si porta un Erc in Italia». Tra l’altro il Miur ha lanciato anche un bando da 10 milioni («Fare ricerca in Italia») che garantisce un finanziamento aggiuntivo per lo svolgimento dei progetti (fino a un massimo del 20% del grant Erc) per i ricercatori che scelgono l’Italia.

Tra i 23 vincitori italiani c’è anche il prorettore alla ricerca della Luiss Fabiano Schivardi con un finanziamento di circa 2 milioni in 5 anni. Il suo progetto punta a sviluppare una nuova interpretazione della relazione tra la proprietà, la gestione e il finanziamento delle imprese da una parte e la crescita della produttività dall'altra. L'ambizione è di contribuire al dibattito chiave per il futuro dell’Ue, caratterizzata da andamenti divergenti della produttività fra Nord e Sud Europa. Produttività divergente e moneta unica non possono coesistere: è fondamentale riattivare la crescita della produttività nell'Europa del Sud. L'interpretazione prevalente nel dibattito è che il Sud Europa sia in ritardo in termini di riforme strutturali. Tuttavia, l'evidenza mostra che il divario si è allargato nonostante i paesi del Sud Europa abbiano fatto passi importanti in questa direzione. Da qui l’ipotesi alternativa di Schivardi e cioè che l’Italia e il Sud Europa sconti il fatto che abbia un tessuto fatto da imprese più piccole, meno capitalizzate, con imprenditori mediamente meno istruiti. Questa struttura industriale ha garantito una buona performance fino all'inizio degli anni Novanta. Da allora, tuttavia, il contesto competitivo è cambiato. È aumentata la competizione internazionale “dal basso” da parte dei paesi emergenti. Soprattutto, è cambiata la natura del progresso tecnologico, con una maggiore importanza del capitale immateriale e digitale. Per competere nel nuovo contesto competitivo servono imprese più grandi, con dirigenti più istruiti, e maggiormente finanziate da capitale di rischio: in una parola, imprese più “sofisticate”.

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