Legge di Bilancio

Ricercatori rimpatriati: un’altra fumata nera?

«Se non cambierà nulla entro lunedì 13 dicembre i docenti e ricercatori rimpatriati prima del 2020 continueranno a venire ingiustamente discriminati rispetto ai lavoratori del settore privato»

di Andrea Staiti *

(ANSA)

3' di lettura

Se non cambierà nulla entro lunedì 13 dicembre i docenti e ricercatori rimpatriati prima del 2020 continueranno a venire ingiustamente discriminati rispetto ai lavoratori del settore privato. Ad oggi nessun partito ha ritenuto di segnalare l'emendamento che avrebbe sanato la situazione, disattendendo le promesse che ci erano state fatte all'indomani della bocciatura al Dl fiscale.
Riassumendo l'antefatto: alla scorsa legge di Bilancio (dicembre 2020) era stato approvato un emendamento (Movimento 5 Stelle / Italia Viva) che consentiva ai rimpatriati prima del 2020 che comprassero casa in Italia e/o avessero figli a carico di optare per estendere le agevolazioni fiscali previste per il rientro dei cervelli da circa dieci anni a questa parte. Questa opzione di “radicamento” era stata introdotta dal Dl crescita 2019 onde evitare il fenomeno, purtroppo diffuso, di cervelli che rientrano per qualche anno, giusto per godere dei benefici fiscali, e poi ripartono. Peccato che l'emendamento in questione tagliasse fuori dalla possibilità di optare per questi benefici di radicamento proprio i docenti e i ricercatori. Il testo approvato interveniva infatti soltanto sul decreto legge che regola il trattamento agevolato per i rimpatriati del settore privato, leggermente diverso da quello relativo a docenti e ricercatori. Fino a quel momento tutte le misure di agevolazione per il rientro dei cervelli erano andate di pari passo, tenendo insieme settore privato da una parte e docenza/ricerca dall'altra. Ad oggi invece, un manager di una multinazionale o un calciatore possono godere di un'estensione dei benefici fiscali fino a tredici anni, mentre un ricercatore che guadagna sì e no 1.800 euro al mese o un medico in prima linea nella lotta contro il Covid-19 sono tagliati fuori. Non solo: un ricercatore che lavori per una casa farmaceutica privata, può optare per l'estensione dei benefici, un ricercatore che svolga lo stesso identico lavoro per l'Università pubblica no. Sono tanti i ricercatori che, a fronte di questo trattamento umiliante, si preparano a fare nuovamente le valigie, in tanti casi portandosi appresso finanziamenti europei milionari (come l'ambito grant Erc), che evidentemente l'Italia non reputa poi così importanti.
Non è assolutamente comprensibile il motivo dell'esclusione dei docenti e ricercatori rimpatriati da queste misure, la cui ratio è colmare per come possibile il gap stipendiale rispetto ad altri Paesi europei ed extra-europei. Se l'origine di questa situazione incresciosa può essere forse ricondotta a una “svista” di chi ha redatto l'emendamento l'anno scorso, il suo perpetuarsi è certamente una scelta politica, come tale sorprendente e iniqua. A fronte di tante dichiarazioni altisonanti sul valore della ricerca per il futuro del Paese e l'emigrazione dei nostri giovani talenti, la realtà dei fatti è che da un anno a questa parte docenti e ricercatori rimpatriati sono trattati come lavoratori di serie B e chi ha il potere di sanare la situazione preferisce sempre sfilarsi all'ultimo, dando a intendere che i problemi sono “ben altri” o che non ci sono i soldi (strano che l'anno scorso il provvedimento per il settore privato costato oltre 100 milioni di euro soltanto nel primo anno sia passato liscio, quello per i docenti e ricercatori rimpatriati costerebbe soltanto 1,5 milioni nel primo anno, praticamente un centesimo…ma forse queste non sono questioni di matematica ma di potere e di influenza di lobby).
Non resta che auspicare una presa di coscienza di tutti gli attori coinvolti, che hanno tempo fino a lunedì per ravvedersi e segnalare l'emendamento affinché si salvi il salvabile e si trattengano in Italia almeno i ricercatori rimpatriati nel 2017, 2018 e 2019, la cui unica colpa è avere scelto come luogo in cui mettere in gioco i propri talenti l'Università pubblica anziché il ben più lucrativo settore privato. Non chiediamo favori né prebende, soltanto di essere trattati come gli altri lavoratori rimpatriati del settore privato

* Università degli Studi di Parma - Rappresentante Comitato nazionale docenti e ricercatori rimpatriati “Rita Levi Montalcini”

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