UNIVERsità

Ricercatori sempre più poveri: in 10 anni persi 150mila euro e il 40% dei posti

Dal 2008 il numero di posizioni, la velocità di carriera e l’entità delle retribuzioni per ricercatori e professori delle università italiane si sono drasticamente ridotti a seguito dei tagli che hanno caratterizzato il periodo successivo alla crisi finanziaria

di Alice Civera, Michele Meoli e Stefano Paleari *

Università, gli atenei italiani risalgono la classifica mondiale

Dal 2008 il numero di posizioni, la velocità di carriera e l’entità delle retribuzioni per ricercatori e professori delle università italiane si sono drasticamente ridotti a seguito dei tagli che hanno caratterizzato il periodo successivo alla crisi finanziaria


2' di lettura

Dal 2008 il numero di posizioni, la velocità di carriera e l’entità delle retribuzioni per ricercatori e professori delle università italiane si sono drasticamente ridotti a seguito dei tagli che hanno caratterizzato il periodo successivo alla crisi finanziaria, per altro in concomitanza della Riforma Gelmini che aveva, invece, l’obiettivo di rilanciare il sistema.

I tre meccanismi attraverso cui il sistema universitario italiano ha perso attrattività soprattutto agli occhi dei più giovani e dei più qualificati che sempre più numerosi decidono di lasciare il nostro paese alla ricerca di migliori opportunità si possono riassumere con le 3L delle parole inglesi: «Less (staff), Later (careers), Lower (salaries)» . Secondo la nostra analisi il personale under 40 si è praticamente dimezzato nel decennio 2009-2019 e ha visto ritardato il proprio ingresso in ruolo a tempo indeterminato a seguito della nascita della figura del ricercatore a tempo determinato (di tipo A e B). La perdita economica per questi soggetti è impressionante: per chi aveva tra i 30 e i 40 anni nel 2008 può essere paragonata, in un decennio, al valore medio del mutuo per l’acquisto di una casa (tra i 100 e i 150 mila euro). La perdita monetaria ha penalizzato soprattutto le donne che nel 2010 rappresentavano il 19% dei professori ordinari, il 34% degli associati e ben il 45% dei ricercatori a tempo indeterminato ed erano quindi concentrate tra le fasce d’età più giovani.

Non sorprende quindi che, secondo i dati Istat, nel 2018 il 13% dei dottori di ricerca a quattro anni dal conseguimento del titolo ha deciso di trasferirsi all’estero, quasi il doppio rispetto a dieci anni prima.

LE PERDITE IN CIFRE
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Le implicazioni dell’azione congiunta della riforma Gelmini e dei tagli all’università, con interventi sul turnover, sugli stipendi e sulla lunghezza delle carriere sono dunque un deterioramento del ruolo sociale del docente universitario e una riduzione dell’attrattività del sistema, con attese conseguenze significative in termini di “selezione avversa”, laddove non si corra presto ai ripari. Infatti, benché diverse altre aree della pubblica amministrazione italiana siano state colpite da tagli su dipendenti e remunerazione, non si registra in nessuna di esse una riduzione equivalente a quella registrata nel sistema universitario. Ciò ha creato, in Italia, una chiara perdita di status della carriera accademica, che ha ampiamente perso la sua reputazione in termini comparativi.

I meccanismi di remunerazione sono incentivi che incoraggiano le persone a prendere una decisione di carriera anziché un’altra e svolgono un ruolo importante nella scienza come in qualsiasi altro campo. La teoria economica ci insegna che i soggetti con una maggior qualità non osservata sono i primi a lasciare il mercato qualora il sistema di incentivi non sia ben posto. Ne consegue che il sistema universitario nel suo insieme corre il rischio di subire una perdita della qualità generale del personale e, in prospettiva, una diminuzione della capacità del sistema di svolgere efficacemente i suoi compiti, primo fra tutti la formazione del capitale umano per il rilancio del paese, ancor più necessario dopo la pandemia Covid-

* Università degli Studi di Bergamo

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