Cassazione

Ricettazione per chi procura datteri di mare, piatto proibito che distrugge l’ecosistema

Sequestro e misure cautelari per l’intermediario che procura al ristoratore i mitili provenienti da da delitto perchè ottenuti commettendo i reati di inquinamento, disastro ambientale e danneggiamento

di Patrizia Maciocchi

(L'Immaginario / AGF)

3' di lettura

Dalla parete rocciosa subacquea dei Faraglioni di Capri, al Porto di Napoli alla Costa della penisola Sorrentina. Decine di chilometri di roccia subacquea distrutta per “stanare” dai cunicoli e dalle gallerie di calcare scavate dai datteri di mare con le loro secrezioni acide. Il risultato è un disastro ambientale sul quale c’è ormai una tolleranza zero. La Cassazione (sentenza 41499) conferma, dopo il sequestro della “merce”, la misura cautelare dei domiciliari per ricettazione in seguito ai reati, di inquinamento disastro ambientale e danneggiamento aggravato, nei confronti del ricorrente che faceva da mediatore per rifornire di Lithophaga lithophaga, pescherie e ristoranti: frutti di mare diventati, dal 1998, una specie protetta, dopo che per “stanarli” sono stai distrutti chilometri di rocce soprattutto in Campania e il Puglia, con un danno incalcolabile per i fondali marini, patrimonio che, ricorda Suprema corte, è un bene di pubblica utilità.

Danneggiamento aggravato non depenalizzato

Nel confermare la condanna a carico del ricorrente, incastrato dalle intercettazioni nelle quali i datteri di mare venivano chiamati “cosi” o “jolly”, i giudici di legittimità, escludono che il reato di danneggiamento aggravato in questione risenta, come preteso dalla difesa, della depenalizzazione messa in atto con decreto legislativo n. 7/2016. E questo proprio perché la frantumazione degli scogli riguarda un bene destinato alla pubblica utilità e, come tale, rimasto fuori dal colpo di spugna, dal punto di vista penale, passato sul reato di danneggiamento che, in questo caso nella forma aggravata, è perseguibile d’ufficio. A sancire il divieto assoluto di pesca ci sono sia fonti internazionali, come le Convenzioni di Berna e di Barcellona dell’82 e il Regolamento del Consiglio (Ce) 1967/2006, sia leggi interne, in particolare il Dlgs 4/2012 e il Dm del 16 ottobre 1998. I giudici di legittimità sottolineano che per prelevare i molluschi dal loro habitat «bisogna frantumare la roccia in cui vivono, distruggendo con essa tutta la comunità biologica che la ricopre e che vive al suo interno». Il prelievo, con martelli pneumatici e nei casi più estremi addirittura con l’esplosivo, di questi frutti di mare incastonati nelle rocce è severamente punito dalla legge, con il carcere da 2 mesi a 2 anni o una multa che va dai 2.000 euro ai 12.000 euro, oltre al sequestro del pescato e dell’attrezzatura.

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Il danno irreversibile all’ecosistema

Il reato coinvolge tutti da chi li raccoglie a chi li mangia. Malgrado le sanzioni severe il frutto proibito ha, purtroppo, ancora un suo mercato, dove arriva a costare fino a 100 o addirittura 200 euro al chilo, per i suoi consumatori irriducibili. Lo “sfizio” di mangiare datteri di mare crea danni irreversibili alla biodiversità. La roccia li ospita, infatti, insieme a una serie di organismi animali e vegetali che per colonizzarla hanno impiegato decine o centinaia di anni. Secondo gli scienziati sembra che non esista nessun danno più irreversibile e grave di quello della pesca del dattero: l’unico che senza rimedio. Una volta scarnificata la roccia rimane, infatti, un deserto biologico, per sempre. Ma sul reato ora c’è maggiore sensibilità, e ne sono consapevoli anche gli autori. In un’intercettazione tra il fornitore e il ricorrente quest’ultimo segnala, scrive la Cassazione «la sempre maggiore difficoltà a “lavorare” perché c’è una grande attenzione anche dei giornalisti sulla pesca di datteri di mare».

Responsabile tutta la filiera

La Suprema corte conferma la necessità degli arresti domiciliari per l’intermediario. Una misura cautelare giustificata dalla consapevolezza che il ricorrente è dedito stabilmente al traffico illecito dei datteri di mare e «agisce per soddisfare una pluralità di clienti, ha stipulato un accordo avente a oggetto più consegne settimanali, ed ha dimostrato l’assenza di qualunque remora nonostante i continui sequestri e controlli operati dalla polizia giudiziaria». Ma se la comprensione è poca per gli autori del business, ancora meno dovrebbe essere riservata ai consumatori, non mossi da intenti di guadagno, ma anzi disposti a spendere cifre considerevoli per un piatto il cui consumo porta alla distruzione dell’ecosistema con un danno irreversibile per la collettività.

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