cassazione

Riciclaggio per il veterinario che cambia il microchip dei cani

di Patrizia Maciocchi


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2' di lettura

Riciclaggio e maltrattamento degli animali a carico per il veterinario che sostituisce i microchip dei cani di provenienza illecita e taglia orecchie e coda degli animali per motivi estetici. Dalla Cassazione tolleranza zero nei confronti del professionista che, in concorso con un coimputato, aveva tagliato “malamente” la coda e le orecchie ad un cucciolo di doberman, facendo così scattare il reato di maltrattamento.

Il riciclaggio dei chihuaua - Il riciclaggio era stato invece contestato per la rimozione e la sostituzione dei microchip, che identificavano cinque chihauahua, la cui provenienza illecita era stata occultata per poterli vendere a due allevamenti. Fantasiosa la difesa, rispetto alle “amputazioni” provocate al doberman. Respinta la tesi degli interventi a scopo terapeutico, i ricorrenti avevano imbastito la storia di una fuga del cane, in occasione della quale si era procurato, probabilmente con scontri con altri cani, le lesioni alle orecchie e alla coda.

L’”amputazione” di orecchie e coda al doberman - Una versione “debole” per i giudici che fanno notare l’assenza di ferite in altre parti del corpo dell’animale, proprio quelle in genere più esposte nelle risse tra cani. C’è poi da dire che l’argomento non deponeva proprio a favore della professionalità del veterinario, se i suoi interventi chirurgici potevano, all’occorrenza, essere confusi con dei morsi. Per quanto riguarda il dolo del reato di riciclaggio - contestato al solo professionista - per la Cassazione è provato. In quanto veterinario di lungo corso l’imputato non poteva ignorare l’esistenza di un traffico di chihuahua, come affermato anche dal coimputato, mentre era dimostrato che si era dato da fare per fornirgli una nuova identità. Un’azione in linea con la norma sul riciclaggio che, per la punibilità, prevede l’idoneità della condotta a ostacolare la provenienza del bene e la consapevolezza della sua origine illecita. Ad incastrare il ricorrente anche una serie di intercettazioni ambientali. Colloqui nei quali altri coimputati criticavano le scarse doti professionali del veterinario, chiarendo al tempo stesso la necessità di tenerselo comunque buono in quanto utile per «fare altre cose agli altri cani» . Una disponibilità data quasi per scontata perché, sostenevano : «quello lì per soldi fa tutto». Ora per lui c’è una condanna ad un anno e dieci mesi di reclusione, oltre a 3 mila euro di multa ai quali vanno aggiunti altri 3 mila e 500 euro in favore della parte civile.

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