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Riconoscere agli altri il diritto di scegliere

di Monica D'Ascenzo

2' di lettura

Essere lasciato viene ancora definito nelle aule di tribunale da alcuni difensori come «un fatto ingiusto», come giustificazione alla reazione violenta dell’imputato nei confronti della ex moglie, compagna o fidanzata. Due parole che riassumono con chiarezza una cultura che resta ancorata a stereotipi di molti decenni fa. E non si può archiviarla come lontana da noi perché la si ritrova nelle grandi città del Nord come nei paesi di mare al Sud, nelle famiglie agiate dei professionisti come nelle case di disoccupati e precari, nelle coppie di laureati come nelle case di chi non ha potuto terminare gli studi, fra gli italiani da generazioni e gli immigrati appena arrivati nel nostro Paese. È una cultura pervasiva che si autoalimenta di stereotipi e cliché riproposti dai media, dai libri (anche di testo), dagli insegnamenti non aggiornati e da una pedagogia di genere ancora troppo ignorata.

Combattere il fenomeno della violenza sulle donne, che ormai in Italia è divenuto strutturale, pensando di agire solo ”a valle” supportando le vittime che trovano il coraggio di denunciare, finanziando i centri antiviolenza, inasprendo le pene per i maltrattanti e le misure preventive è miope. Perchè per quante singole situazioni si riusciranno a risolvere altrettante ne nasceranno se la cultura dei rapporti fra uomini e donne in questo Paese non sarà cambiata.

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Diventa così imprescindibile un intervento “a monte”, dove si formano i cittadini e le cittadine di domani. È necessario un piano concertato che preveda interventi di sistema nella formazione e nell’educazione a partire da chi nelle scuole, nello sport, nelle attività extra scolastiche lavora a stretto contatto con i più piccoli e rappresenta un primo modello di comportamento. A partire dalla scuola materna i bambini e le bambine dovrebbero poter crescere senza gli stereotipi che sono così difficili da smontare una volta diventati adulti. E poi ancora alle scuole primarie avere materiale didattico aggiornato e rispettoso dei principi espressi, in primis, dalla nostra Costituzione. Per arrivare fino alle scuole superiori, dove, negli anni dell’adolescenza, si strutturano valori, convinzioni, comportamenti e atteggiamenti verso se stessi e verso gli altri.

Investire nella prevenzione vuol dire molto di più che stanziare qualche decina di milioni per i centri antiviolenza o per il reinserimento nel mondo lavorativo delle donne in uscita dalla violenza. Vuol dire avere un’idea della società di domani ed elaborare una strategia complessiva per portare il Paese a crescere in quella direzione. A partire dai più piccoli, perché solo seminando, raccoglieremo.

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