1921 - 2021

Ricordando Ottavio Missoni, cento anni di colori, idee e passione

L’11 febbraio avrebbe compiuto cent’anni il fondatore Ottavio, «colorista innato» secondo la moglie Rosita, con cui ha sdoganato il mix di fantasie. A settembre una mostra a Venezia

di Angelo Flaccavento

Ottavio “Tai” Missoni

3' di lettura

Era nato a Ragusa, in Dalmazia, oggi Dubrovnik, l’11 febbraio del 1921: ieri Ottavio Missoni avrebbe compiuto cento anni. Non c’è più dal 2013, vero annus horribilis per la famiglia, ma del Tai, come lo si è sempre affettuosamente chiamato, si parla ancora al presente, e non si può fare altrimenti. La sua energia fulgida, la sua umanità ricca e accogliente riverberano ancora, intrecciate ai fiammati, agli zig zag e ai patchwork di Missoni, il marchio fondato nel 1953 insieme alla moglie Rosita in un piccolo garage di Gallarate, divenuto uno dei primi fenomeni del Made in Italy, oggi guidato con piglio sicuro dalla figlia Angela. Lo spirito di Ottavio sta tutto in quei colori danzanti, in quel turbinare vivo e mosso di chevron e righe che intrattengono l’occhio, sugli abiti come sugli arazzi cui il museo Maga di Gallarate ha dedicato una stanza permanente.

«Era un colorista meraviglioso - racconta Rosita -. Nella famiglia c’era una evidente vena creativa: la madre, costretta a lasciare la Dalmazia, si era portata dietro solo il pianoforte! Ma il gusto per il colore, innato, Ottavio lo scoprì con gli anni. Della moda non gli interessava molto: quello era il mio compito e la mia passione».

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Ottavio e Rosita Missoni nel 1982 (photo Giuseppe Pino)

Missoni è una storia a due, come le migliori storie di successo: un dialogo costante tra sparring partner, un reciproco completarsi nel quale vita, famiglia, lavoro, natura si intrecciano in un continuum inestricabile. «Abbiamo iniziato in una piccola stanza ma un giorno Tai mi portò a vedere un enorme appezzamento di terreno a Sumirago, giusto fuori dal paese, con vista sul Monte Rosa - prosegue Rosita -. Mi disse che qui avremmo costruito la nostra casa, e l’azienda. Gli piaceva l’idea di lavorare in un luogo considerato ideale per trascorrere i weekend, e semmai in città si sarebbe andati per il weekend».

Era il 1969: la sede di Missoni è ancora lì, in un bosco. Poco industria, molto famiglia, tanto lavoro. «Ottavio era un artista - dice Rosita -. Era una gioia vederlo lavorare con i suoi pennarelli e i fogli di carta a quadretti. Io di mio ci ho sempre messo il mio amore per le linee essenziali, svelte: ho una grande passione per gli anni Trenta».

Nella Missonologia, rubando il titolo al bel volume edito nel 1994 in occasione del Premio Pitti Immagine, è come se Paul Klee e Sonia Delaunay ballassero ad infinitum un charleston liberatorio. I Missoni hanno inventato un linguaggio, e con quello uno stile: Rosita era la compositrice, Tai dava il ritmo, e insieme hanno sdoganato il put-together, antesignano colto e sofisticato di una informalità che oggi dilaga, senza quel gusto meraviglioso.

Ottavio e Rosita Missoni a Sumirago nel 1992, in uno scatto di Alfa Castaldi

Scriveva Isa Vercelloni nel 1975, descrivendo questa alchimia «Indossare una gonna fantasia, poniamo a righe, con una blusa fantasia, poniamo a quadretti, e metterci sopra un mantello scozzese, con una sciarpa zig zag, una volta sarebbe stato considerato il massimo dell’orrore. Potevano permetterselo soltanto pochi eletti: il Duca di Windsor o i pastori dell’Afghanistan, con risultati di pari eleganza».

Ottavio Missoni finalista dei 400 metri a ostacoli alle Olimpiadi di Londra del 1948

I Missoni offrirono questo gioco alla portata di molti. Missoni, il marchio, lo fa ancora con il medesimo spirito. Tai era un uomo di sommo fascino: mai lo si vide in una giacca formale; sempre in cardigan, come si compete ad un ex atleta olimpico. I cento anni sono l’occasione per continuare a ricordarlo: un percorso che a settembre culminerà con una grande mostra a Venezia.

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