FINE DEL LIBERALISMO?

Ricostruire un pensiero liberale per rivitalizzare la democrazia

Necessario individuare forme di gestione delle decisioni politiche più efficienti ed efficaci delle attuali

di Alessandro Corbino


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    4' di lettura


    Concordo pienamente su due aspetti sottolineati da Salvatore Carrubba nel suo recente intervento sulle prospettive delle politiche liberali: l’essere Trump (e, con lui, Brexit e, più in generale, movimenti populistici vari) effetto e non causa del malessere; la necessità di costruire (ri-costruire) un pensiero liberale che rivitalizzi la democrazia e depotenzi il terreno di cultura sul quale si innesta il malessere.
    Sul primo aspetto non c’è che da registrarlo. Sul secondo credo che occorra intendersi beni su obiettivi e possibilità. I primi devono essere grandi. La seconda deve essere concreta.
    Il primo obiettivo è quello di ricostituire le premesse culturali e istituzionali per una gestione democratica del potere. Il che impone, a mio modo di vedere, di tenere conto intanto di alcune necessità.
    La prima. È ovviamente impossibile (nel quadro dato) tornare alle origini (quando partecipazione democratica voleva dire anche larga partecipazione “diretta”: assembleare) e non si può fare a meno perciò del ricorso diffuso alla “delega” (rappresentanza). E occorre ancora che questa - insuperabilmente attributiva di poteri discrezionali e durevoli (almeno 4/5 anni) - non si traduca in espropriazione della possibilità dei singoli di conservare incidenza (percepibile come “fattuale”) sulle scelte collettive.
    La seconda. Una “sovranità” è necessaria. È il fondamento della politica: definisce la concreta “libertà” dei singoli nella collettività. E tuttavia: non è più concepibile una “sovranità” circoscritta (alla maniera antica), né può pensarsi ancora a una che non lo sia affatto (un ordine politico “mondiale” unico è molto lontano). Si devono immaginare dunque livelli molteplici e coordinati (dai “locali” ai “mondiali”) di decisione “sovrana” (ciascuno a una “distanza” dagli interessati proporzionata alla crescente “generalità” della decisione).
    La terza. La “politica” (una gestione collettiva del potere, alla quale l'espressione ci richiama: evoca la “polis”, non qualunque “stato”) esige “soggetti” di pari forza. E non è dunque gestibile - nei contesti dati - direttamente dai singoli. Occorre tornare a “soggetti medianti” (che rendano il campo fattualmente praticato da soggetti tutti abbastanza, anche se diversamente, “forti”, come erano i “partiti” di un tempo). Quali forme “nuove” essi possano assumere è da vedere. Ma senza, vi possono essere solo leader a legittimazione emozionale (come accade da trent’anni ormai). E non vi può essere “stabilità di orientamenti”, come è invece indispensabile, se si vuole avere possibilità di perseguire “progetti” (e non asfittiche e improvvisate risposte di brevissimo periodo, dai costi sociali alla fine altissimi).

    In un tale quadro, ogni decisione dovrebbe potere essere “accompagnata” da una discussione pubblica/accessibile, orientata innanzitutto a “informare” e non, come oggi in prevalenza avviene (basti osservare i talk show, e anche i giornali, purtroppo) solo a “orientare” (secondo logiche di schieramento “a prescindere”), e “influente” sui decisori concreti. Deve permettere una “registrazione” degli orientamenti maturati: magari attraverso “sondaggi”, emendati dal vizio attuale di ‘deformata’ informazione a monte. E deve permettere di osservare in che misura si è tenuto conto di tali orientamenti. Questo “accompagnamento” dovrebbe avvenire nelle forme appropriate, in relazione alla tipologia della decisione: quella giudiziale e quella amministrativa non lo possono essere, ad esempio, allo stesso modo di quella legislativa (esigono “competenze” specifiche). E ogni decisione maturata dovrebbe potere essere (ancora una volta nelle forme appropriate) valutata non solo (com’è ovvio) per la sua “legittimità”, ma anche per la sua “opportunità”. Il che significa, in pratica, escludere forme di rappresentanza/delega (di funzioni) sottratte a ogni valutazione di opportunità. Autorità “indipendenti” possono svolgere la loro utile funzione se sono investite della loro funzione per un tempo definito e se non sono “politicamente” irresponsabili (se non sono insomma concepite come la nostra magistratura). Il che non vuol dire che debbano essere “elette” a suffragio universale. Vi possono essere molte forme intermedie tra il suffragio universale diretto e la nomina priva di qualunque controllo politico, a monte (investitura) e a valle (giudizio sull'operato).
    L’obiettivo ultimo dovrebbe essere quello di individuare forme di gestione delle decisioni politiche più efficienti (tempestività della loro maturazione) e più efficaci (incidenza delle competenze) delle attuali. Il problema in Italia è particolarmente acuto ed esigerebbe uno sforzo di fantasia istituzionale guidato da una riflessione “alta”.
    Tutto questo va oltre, a mio sommesso modo di vedere, le tradizionali categorie “conservazione/progressismo” (ancorché più sostanzialiste e meno ambigue di quelle “destra/sinistra”). La nostra società è (e resterà di certo a lungo) in così rapido movimento che non vi è spazio per la “conservazione” (se non - e non ne sono sicuro, dal momento che anche essi si formano nella storia - di valori ideali). Il vero discrimine diventa perciò, come mi pare di cogliere anche nelle considerazioni di Carrubba, quello che distingue “liberalismo” (un assetto di cose che concepisce la “libertà” come “spazio”, ampio certo ma mai in misura da vanificare l'altrui “vitale”, il quale è perciò “definibile” solo storicamente dal “diritto”, da decisioni collettive, e durevoli solo finché condivise) da visioni fattuali improntate alla forza libera delle cose (quale è, a mio modo almeno di vedere, l’attuale, generatore della “globalizzazione” e del malessere che ne è conseguito). E a valle (nell’ambito del quale liberalismo cioè) ci si possa anche dividere tra chi - come me e Carrubba (almeno così capisco) - lo vorrebbe attento a un esteso “solidarismo” (welfare di nuova generazione, anch’esso in verità tutto da ridisegnare) e chi lo vorrebbe lasciato a dinamiche più spontanee (che danno alla fine anch’esse equilibrio, ma in tempi lunghi, che lasciano sulla strada molte vittime). Meglio forse un prudente (molto!) esercizio di una “programmazione” (se guidata da attenzione alla storia e alla esperienza e non da catartiche visioni ideologiche).

    Già professore ordinario di Diritto romano all’Università di Catania

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