Opinioni

Ricostruire senza cavilli, ma con visione

di Gustavo Piga


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(Alexander Borisenko - stock.adobe.com)

7' di lettura

Il circolo che si è creato tra misure sanitarie ed economiche va chiarendosi sempre più. Mano a mano che apprendiamo a conoscere meglio il virus e la sua potenza di diffusione, restringiamo sempre più con regolamenti e normative l’estensione delle attività produttive e sociali; per attutire il danno ai mercati di queste, aumentiamo la portata dell’intervento della politica fiscale e monetaria a supporto dell’economia stessa.

È fenomeno che riguarda tutte le istituzioni coinvolte: italiane, europee, mondiali. Da noi, si è partiti dalla “manovrina” di 5 miliardi e siamo giunti a quella di 25, mentre la Germania annuncia l’abbandono della regola costituzionale sul limite al debito a causa dell’emergenza; in Europa, da un aiuto di analoghi 25 miliardi siamo oggi alla sospensione del Patto di stabilità e al piano da 750 miliardi della Bce. Negli Stati Uniti misure perlomeno simili sono annunciate.

È dunque probabile che al crescere della comprensione dell’estensione del virus non ci si fermi qui e che questo per l’Europa comporti nel campo dell’economia ulteriori interventi, assieme a ulteriori sospensioni o modifiche dei Trattati. I primi scricchiolii di questi sono già evidenti: c’è chi parla di coronabond europei, sinora e tuttora invisi agli Stati membri del Nord, a un Mes (la banca salva stati) senza condizionalità e annesse pretese di susseguente austerità, a una Bce che compri direttamente in asta i titoli di Stato a, infine, un trasferimento diretto di carta moneta stampata nei conti correnti di aziende e famiglie. Politica monetaria e fiscale cominciano ad assomigliarsi sempre di più, rendendo evidente la dimensione politica di istituzioni che si è cercato nei primi anni del secolo di far apparire indipendenti da questa, come la Commissione europea e la Banca centrale stessa.

Il virus sta dunque contagiando – assieme ai cittadini, alle loro vite e interazioni sociali – l’intera struttura europea e, proprio perché dopo che sarà questo sconfitto la nostra vita non sarà mai più uguale a prima, non potrà più esserlo quella dell’Unione europea. Non sarà cioè possibile ritornare, come se niente fosse, a un identico Patto di stabilità o a un’identica e indipendente Banca centrale europea, come se nulla fosse accaduto.

Potrebbe essere che la crisi avrà sollevato un tale moto di solidarietà comune tra Stati membri che sembrerà naturale immaginarci finalmente come quegli Stati Uniti d’Europa che a molti parevano lungi dal materializzarsi, come per gli Stati Uniti d’America che dovettero aspettare quasi 150 anni dalla loro nascita (con una guerra civile in mezzo) per vedere sbocciare istituzioni federali a Washington a supporto di tutti i singoli stati simultaneamente.

Più probabilmente, perché le culture nazionali resisteranno ancora a una cessione piena di sovranità, sarà invece l’esigenza di garantire una ripartenza immediata di un’economia europea a terra che richiederà mosse straordinarie di sostegno. Ma stavolta mosse non di breve, ma di medio e lungo termine: non bisogna sottovalutare l’impatto sociale che avrà lasciato, prima di arrendersi, questo virus; la sua devastazione in termini di fiducia sul futuro; l’esitazione a rapportarsi con altri quotidianamente; la riluttanza a scambiare con altri, specie se stranieri. Questi effetti di lungo periodo di shock temporanei, chiamati anche effetti di isteresi, possono incidere sul carattere stesso delle persone: dopo la devastante Grande depressione seguita al crollo azionario del 1929, un’intera generazione di cittadini, per lo più quelli in età lavorativa, cambiò radicalmente il suo atteggiamento verso i consumi, mantenendo anche a distanza di molti decenni un atteggiamento precauzionale che si tradusse in aumento di risparmi ed esitazione a spendere. Venne allora chiamato in gioco l’intervento del settore pubblico, non soltanto durante il New Deal di Franklin Delano Roosevelt, ma anche dopo la fine della Seconda guerra mondiale, con un chiaro segnale a tutti gli operatori economici e sociali che non si doveva più temere perché ci sarebbe stato lo Stato a intervenire in qualsiasi situazione di potenziale difficoltà. Ciò aiutò a restaurare la fiducia e a evitare una facilmente pronosticabile stagnazione di lungo periodo.

Nelle parole, oggi ancor più valide, del Premio Nobel per l’Economia Christopher Sims che guardava all’Europa ai tempi della crisi del 2011: «Si richiede una politica fiscale che sia espansiva ora, senza impegnarsi né a tagliare nel futuro la spesa né ad aumentare le tasse future per preservare la stabilità dei prezzi». Un’affermazione che coinvolge dunque anche la Banca centrale.

È bene dunque che si cominci a ragionare sin da ora alla ricostruzione – come dopo una guerra – che dovrà venire, prima di tutto della fiducia, secondo poi dell’economia. E che lo si faccia come negli anni Cinquanta: senza troppi lacciuoli e cavilli contabili, ma con visione di lungo periodo e passione civile, a partire da quella dei governanti che inevitabilmente dovranno rinnovarsi.

È evidente come andrà ripensato l’intervento pubblico dello Stato nella sanità, nelle scuole, nell’informatica, lasciate deperire in questi anni di folle austerità: andrà fatto investendo pesantemente nella qualità di ciò che è pubblico, per essere più resilienti di fronte alla sfide del domani e a supporto concreto del settore privato.

È anche evidente che se ciò verrà concesso, potremo anche immaginare di farlo all’interno di un’Europa anch’essa rinnovata nello spirito e intenta con lo sguardo verso una missione all’altezza di tempi sfidanti che ci aspettano. Altrimenti, sarà meglio andare ognuno per la propria strada in attesa di tempi migliori.

Il circolo che si è creato tra misure sanitarie ed economiche va chiarendosi sempre più. Mano a mano che apprendiamo a conoscere meglio il virus e la sua potenza di diffusione, restringiamo sempre più con regolamenti e normative l’estensione delle attività produttive e sociali; per attutire il danno ai mercati di queste, aumentiamo la portata dell’intervento della politica fiscale e monetaria a supporto dell’economia stessa.

È fenomeno che riguarda tutte le istituzioni coinvolte: italiane, europee, mondiali. Da noi, si è partiti dalla “manovrina” di 5 miliardi e siamo giunti a quella di 25, mentre la Germania annuncia l’abbandono della regola costituzionale sul limite al debito a causa dell’emergenza; in Europa, da un aiuto di analoghi 25 miliardi siamo oggi alla sospensione del Patto di stabilità e al piano da 750 miliardi della Bce. Negli Stati Uniti misure perlomeno simili sono annunciate.

È dunque probabile che al crescere della comprensione dell’estensione del virus non ci si fermi qui e che questo per l’Europa comporti nel campo dell’economia ulteriori interventi, assieme a ulteriori sospensioni o modifiche dei Trattati. I primi scricchiolii di questi sono già evidenti: c’è chi parla di coronabond europei, sinora e tuttora invisi agli Stati membri del Nord, a un Mes (la banca salva stati) senza condizionalità e annesse pretese di susseguente austerità, a una Bce che compri direttamente in asta i titoli di Stato a, infine, un trasferimento diretto di carta moneta stampata nei conti correnti di aziende e famiglie. Politica monetaria e fiscale cominciano ad assomigliarsi sempre di più, rendendo evidente la dimensione politica di istituzioni che si è cercato nei primi anni del secolo di far apparire indipendenti da questa, come la Commissione europea e la Banca centrale stessa.

Il virus sta dunque contagiando – assieme ai cittadini, alle loro vite e interazioni sociali – l’intera struttura europea e, proprio perché dopo che sarà questo sconfitto la nostra vita non sarà mai più uguale a prima, non potrà più esserlo quella dell’Unione europea. Non sarà cioè possibile ritornare, come se niente fosse, a un identico Patto di stabilità o a un’identica e indipendente Banca centrale europea, come se nulla fosse accaduto.

Potrebbe essere che la crisi avrà sollevato un tale moto di solidarietà comune tra Stati membri che sembrerà naturale immaginarci finalmente come quegli Stati Uniti d’Europa che a molti parevano lungi dal materializzarsi, come per gli Stati Uniti d’America che dovettero aspettare quasi 150 anni dalla loro nascita (con una guerra civile in mezzo) per vedere sbocciare istituzioni federali a Washington a supporto di tutti i singoli stati simultaneamente.

Più probabilmente, perché le culture nazionali resisteranno ancora a una cessione piena di sovranità, sarà invece l’esigenza di garantire una ripartenza immediata di un’economia europea a terra che richiederà mosse straordinarie di sostegno. Ma stavolta mosse non di breve, ma di medio e lungo termine: non bisogna sottovalutare l’impatto sociale che avrà lasciato, prima di arrendersi, questo virus; la sua devastazione in termini di fiducia sul futuro; l’esitazione a rapportarsi con altri quotidianamente; la riluttanza a scambiare con altri, specie se stranieri. Questi effetti di lungo periodo di shock temporanei, chiamati anche effetti di isteresi, possono incidere sul carattere stesso delle persone: dopo la devastante Grande depressione seguita al crollo azionario del 1929, un’intera generazione di cittadini, per lo più quelli in età lavorativa, cambiò radicalmente il suo atteggiamento verso i consumi, mantenendo anche a distanza di molti decenni un atteggiamento precauzionale che si tradusse in aumento di risparmi ed esitazione a spendere. Venne allora chiamato in gioco l’intervento del settore pubblico, non soltanto durante il New Deal di Franklin Delano Roosevelt, ma anche dopo la fine della Seconda guerra mondiale, con un chiaro segnale a tutti gli operatori economici e sociali che non si doveva più temere perché ci sarebbe stato lo Stato a intervenire in qualsiasi situazione di potenziale difficoltà. Ciò aiutò a restaurare la fiducia e a evitare una facilmente pronosticabile stagnazione di lungo periodo.

Nelle parole, oggi ancor più valide, del Premio Nobel per l’Economia Christopher Sims che guardava all’Europa ai tempi della crisi del 2011: «Si richiede una politica fiscale che sia espansiva ora, senza impegnarsi né a tagliare nel futuro la spesa né ad aumentare le tasse future per preservare la stabilità dei prezzi». Un’affermazione che coinvolge dunque anche la Banca centrale.

È bene dunque che si cominci a ragionare sin da ora alla ricostruzione – come dopo una guerra – che dovrà venire, prima di tutto della fiducia, secondo poi dell’economia. E che lo si faccia come negli anni Cinquanta: senza troppi lacciuoli e cavilli contabili, ma con visione di lungo periodo e passione civile, a partire da quella dei governanti che inevitabilmente dovranno rinnovarsi.

È evidente come andrà ripensato l’intervento pubblico dello Stato nella sanità, nelle scuole, nell’informatica, lasciate deperire in questi anni di folle austerità: andrà fatto investendo pesantemente nella qualità di ciò che è pubblico, per essere più resilienti di fronte alla sfide del domani e a supporto concreto del settore privato.

È anche evidente che se ciò verrà concesso, potremo anche immaginare di farlo all’interno di un’Europa anch’essa rinnovata nello spirito e intenta con lo sguardo verso una missione all’altezza di tempi sfidanti che ci aspettano. Altrimenti, sarà meglio andare ognuno per la propria strada in attesa di tempi migliori.

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