DOPO L’INCONTRO DI OGGI

Rider, la retromarcia di Di Maio. Tavolo di confronto sulla gig economy

di Alberto Magnani

Gig economy, la bozza del «Decreto dignità» di Di Maio


4' di lettura

«È andata molto bene. Apriremo un tavolo di contrattazione: se non dovesse andare bene, interverremo con la norma che avevamo progetto». Dopo le turbolenze del week-end con Foodora, il ministro del Lavoro Luigi Di Maio sembra soddisfatto dall’incontro di oggi con le principali piattaforme della gig economy: la prospettiva è dare il via a un tavolo condiviso con le aziende, che si sarebbero detto «disponibili» all’ipotesi. La stessa Foodora ha parlato di un dialogo «partito con il piede giusto», mentre la concorrente JustEat vede uno «spirito di collaborazione» nell’aria. D’altronde, parrebbe che la giornata sia finita a favore più delle imprese che dei fattorini. In una bozza del cosiddetto decreto dignità, ottenuta in anteprima dal Sole 24 Ore, il governo Cinque stelle-Lega fissava alcuni parametri abbastanza indigesti per le piattaforme online. Ora è verosimile che il tavolo smussi un po’ le richieste iniziali di Di Maio.

Cosa diceva l’ultima bozza
Classificazione dei fattorini della gig economy come «lavoratori subordinati», anche quando si utilizzano mezzi propri; abrogazione dell'articolo 2 del Jobs act, quello che disciplinava le «Collaborazioni organizzate dal committente»; stop al cottimo per tutti i servizi intermediati da piattaforme online, come Foodora o Uber. E ancora, istituzione di «indennità di disponibilità» e «diritto alle disconnessione» per lavoratori assediati da notifiche. Sono i pilastri dei sette articoli dedicati alla gig economy dal «Decreto dignità» annunciato dal ministro Di Maio, a quanto si legge dalla già citata bozza del testo legislativo ottenuta dal Sole 24 Ore . Di Maio si è incontrato oggi con le principali aziende della cosiddetta food delivery, la consegna di cibo, proprio per trovare un accordo sui contenuti di uno stralcio che ha già scatenato i malumori fra le aziende del settore. Presenti al tavolo Deliveroo, JustEat, Domino's Pizza, Glovo e naturalmente Foodora, l'azienda tedesca che negli scorsi giorni si è resa protagonista di una sorta di crisi istituzionale con Di Maio: l'amministratore delegato per l'Italia Gianluca Cocco ha dichiarato in un'intervista al Corriere della Sera che i nuovi lacci «costringerebbero l'azienda a lasciare l'Italia», salvo tornare sui suoi passi e presenziare al tavolo di oggi.

Norme in materia di lavoro subordinato anche tramite piattaforme digitali, applicazioni e algoritmi

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Il “vecchio” decreto e le sue conseguenze
In realtà i sette articoli sulla gig economy rientrano in uno dei quattro «punti fondamentali» del decreto: «la lotta alla precarietà (e al Jobs act, ndr)», terzo caposaldo di un documento che parlerà anche di «eliminare spesometro, redditometro e studi di settore» (punto 1), disincentivare le delocalizzazioni (punto 2) e dare lo «stop alla pubblicità del gioco d'azzardo» (punto 4). Tra le novità più dirompente del testo, a quanto risulta dalla bozza, c'è la subordinazione dei lavoratori della gig economy: l'economia dei lavoretti pagati a cottimo e veicolati da piattaforme digitali, definite dal decreto «i programmi delle imprese che, indipendentemente dal luogo di stabilimento, mettono in relazione a distanza per via elettronica le persone, per la vendita di un bene, la prestazione di un servizio, lo scambio o la condivisione di un bene o di un servizio». Insomma: quel raggio di imprese che va dalla stessa Foodora ai trasporti privati di Uber, passando per i siti dove si intermediano pulizie a domicilio e programmazione di computer.

I lavoratori del settore, classificati finora come autonomi, vengono considerati «prestatori di lavoro subordinato (cioè dipendenti, ndr), ai sensi dell'art 2094 del codice civile», anche se le direttive «sono fornite a mezzo di applicazioni informatiche (gli ordini arrivano da una app, ndr)» e «a prescindere dalla titolarità degli strumenti attraverso cui è espletata la prestazione (quindi anche se lo smartphone o la bici utilizzata sono di proprio possesso, ndr)». Ed è su questa linea che si spiegano tutte le altre prescrizioni del decreto: l'abolizione dell'articolo 2 del deecreto legislativo 81/2015, ossia l'articolo del Jobs act “renziano” che stabiliva i confini precedenti fra collaborazione e subordinazione; l'obbligo di fornire un trattamento economico minimo, da parametrare a seconda dei minimi del contratto collettivo di categoria (articolo 2); il divieto di pagare a cottimo i lavori svolti per «piattaforme, applicazioni e algoritmi elaborati dal datore di lavoro o per suo conto» (articolo 4); l'istituzione di una «indennità di disponibilità» divisibile in quote orarie, oltre al diritto a ferie, malattia e maternità (5). Merita un capitolo a sé l'articolo 6, quello che introduce il cosiddetto «diritto alla disconnessione»: in pratica, il datore di lavoro non può inviare comunicazioni «a mezzo di piattaforme digitali» per un periodo di almeno 11 ore consecutive ogni 24 ore, con sanzioni pecuniarie da 250 euro a 1.250 euro.

Una platea da 1 milione di persone
Anche se le polemiche hanno riguardato un'azienda della cosiddetta food delivery, il testo dovrebbe applicarsi all'intero mondo della gig economy e dei «neocottimisti» sommersi nel lavoro online. Un'indagine della Fondazione Rodolfo Debenedetti aveva stimato una forza lavoro dalle 700mila a un milione di unità, con una quota di 200mila lavoratori che hanno eletto i «lavoretti» a loro unica fonte di entrate. In questa cornice i rider risultano una minoranza di poche migliaia di persone, stima considerata tra l'altro «eccessiva» da diversi osservatori. L'inquadramento di (ex?) freelance come dipendenti porrebbe in dubbio la sopravvivenza stessa di diverse piattaforme, o almeno un massiccio ridimensionamento di diverse aziende che si basano su organici snelli (Foodora, secondo dati Inapp, aveva appena 40 dipendenti) a fronte di migliaia di collaboratori inquadrati con la formula del co.co.co. (contratto di collaborazione continuativa). Finché si paga una consegna meno di 5 euro lordi l'ora è possibile mantenere i prezzi del servizio ai minimi di oggi, con trattenute che si fanno sentire poco sul costo finale per i consumatori. Con il nuovo carico di stipendi e fisco, si profila un incremento di prezzi che renderebbe il servizio molto meno appetibile. «Questo non giustifica paghe da fame e la mancanca di un giusto equilibrio - dice Guglielmo Loy, segretario confederale Uil - Ma se tu fissi un costo superiore a ciò che il mercato chiede stai decidendo che quello è un servizio che non potrà più funzionare».

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