mind the economy

Ridurre la distanza tra fatti e percezione per un discorso pubblico efficace

di Vittorio Pelligra


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6' di lettura

Esiste nell'opinione pubblica internazionale un notevole e persistente disallineamento tra le reali dimensioni di alcuni fatti e la percezione che, degli stessi, si ha a livello individuale, una distanza radicale tra dati reali e stime soggettive. In alcuni paesi questo fenomeno è più presente che in altri, ma nessuno ne è completamente immune. In Italia, per esempio, se chiediamo quale sia la percentuale di omicidi compiuti con armi da fuoco, la risposta media è 44%, mentre il dato reale è il 24%. Uno scostamento decisamente ampio. Solo il 32% degli italiani è in grado di identificare, poi, la principale causa di morte violenta.

Se si chiede invece qual è il livello di sovraffollamento delle carceri, la media dello scostamento è pari al 40%. Si crede, cioè, che le carceri siano decisamente più sovraffollate di quanto non lo siano in realtà. L'incidenza delle molestie sessuali è sottostimata del 20%; la stessa percentuale con la quale si sottostima il numero di bambini realmente vaccinati; si tende invece a sovrastimare del 27% il numero dei disoccupati. Potremmo continuare a lungo con esempi simili e i risultati non cambierebbero. Esiste un grave, persistente e sistematico scostamento tra le dimensioni di alcuni, importanti, aspetti della vita pubblica e la percezione che la maggior parte dei cittadini ha di tali fenomeni. Questo iato che si crea tra la nostra visione del mondo e la realtà, rappresenta per le democrazie moderne una sfida recente, inedita e ancora del tutto sottovalutata.

L'accelerazione nella diffusione delle informazioni, l'abbassamento della loro qualità e la riduzione dei costi di accesso, tutti fenomeni legati all'affermarsi dell'infosfera nelle nostre vite, producono rischi di manipolazione e di persuasione occulta ad un livello di scala e di efficacia mai sperimentati prima. Si pensi solo alla rilevanza politica dei pochi esempi presentati in apertura: criminalità e sicurezza, discriminazione e questioni di genere, salute pubblica, economia. Programmi e campagne volti ad alterare e manipolare ad arte la percezione dell'opinione pubblica su temi così sensibili non sono mai state più facili da realizzare e a basso costo di quanto non lo siano oggi.
Da un po' di anni abbiamo iniziato a misurare con precisione le dimensioni di questo fenomeno. I dati che ho riportato più sopra vengono dall'edizione del 2018 del rapporto “The perils of perception”, che Ipsos_Mori redige annualmente sulla base di indagini internazionali.

Conosciamo bene anche alcune delle cause di questo disallineamento, del perché questo si verifichi. La psicologia cognitiva e le scienze comportamentali ci danno chiavi interpretative importanti. Il funzionamento delle euristiche, per esempio, vere e proprie scorciatoie mentali che utilizziamo per ricercare e processare informazioni nella nostra memoria e nel mondo esterno, mostra come spesso queste ci portino largamente fuori strada. Crediamo che Trieste sia più fredda di Milano d'inverno, perché il fenomeno della bora è più saliente e facilmente “ricordabile” del normale freddo milanese. Non diamo troppo peso alle malattie cardiache come principale causa di morte nei paesi industrializzati, perché sulla stampa e nei social fanno più notizia gli attacchi terroristici o le sparatorie nelle scuole. Nel 2016, il 30,2% delle morti negli USA era collegato a problemi cardiovascolari. La copertura nel New York Times è stata pari al 2,5%. L'omicidio è stata la causa di meno dell'1% delle morti, ma la sua copertura mediatica è stata pari al 22,8% (fonte: Our World in Data).

La disponibilità di certe informazioni ce le rende più facilmente “ricordabili” e questo ci spinge, inconsapevolmente, ad attribuire a quelle informazioni un peso esagerato nell'elaborazione delle nostre stime, che risulteranno per questo, sistematicamente distorte. Sappiamo anche che, per ragioni simili, tendiamo a sovrastimare ciò che ci crea preoccupazione e allo stesso tempo ci preoccupiamo per quei fenomeni la cui incidenza tendiamo ad esagerare. Quest'ultimo elemento è particolarmente importante perché ci fa capire come il livello di disallineamento tra percezione e realtà possa essere considerato, in effetti una “proxy”, un indicatore cioè, di ciò che importa alla gente, delle loro preoccupazioni, delle loro paure e, in un certo senso, della loro vulnerabilità alla manipolazione.

Misurare le distorsioni e conoscerne le cause sono solo due dei passi necessari per il ristabilimento di un discorso pubblico efficace. Le due prime tappe che l'opinione pubblica globale dovrebbe percorrere per avvicinarsi ad un modello di democrazia deliberativa compiuta e moderna. Manca ancora un terzo passo; è quello relativo alle contro-misure, alla terapia che necessariamente deve seguire alla diagnosi. È fondamentale in questa fase, cioè, se vogliamo ridurre la vulnerabilità e l'instabilità politica delle nostre democrazie, attivare gli anticorpi attraverso una grande operazione di de-biasing. Questo è, ora, per noi, il vero nocciolo della questione. Sia perché, se anche individuiamo la malattia, e non agiamo con una terapia efficace, spesso l'esito può essere infausto. Ma soprattutto perché questa terapia va ancora pensata, studiata ed implementata, e su questo siamo paraticamente all'anno zero. Prima di tutto, perché, non possiamo fare troppo affidamento su metodi tradizionali.

La regolamentazione normativa, per esempio, le nostre leggi, civili e penali, diventano, nell'infosfera in costante e velocissimo mutamento, obsolete o inutili in una frazione infinitesima del tempo che è stato necessario per produrle ed iniziare ad applicarle. Abbiamo bisogno di altri strumenti, ma su questo versante molto poco è stato fatto finora. Dal lato delle terapie, sappiamo, per esempio, che non basta controbattere ai dati falsi con dati veri. La gente non cambia idea. Non basta screditare le fonti di informazioni fasulle, perché poi la gente inizierà a diffidare anche delle fonti di informazioni affidabili. Non è neanche sufficiente segnalare la problematicità di certe fonti, perché in questo modo, per il cosiddetto “implied truth effect”, tutte le altre fonti, non segnalate, che siano esse attendibili o meno, verranno percepite come affidabili. Insomma, la questione è complicata e i nostri strumenti, al momento, appaiono decisamente spuntati.

Una lezione che possiamo trarre e che dovrebbe guidare le politiche di de-biasing deriva, però, dalla constatazione che le distorsioni hanno molto spesso una radice emozionale. Nascono, cioè, dall'interazione tra aspetti emotivi e deliberativi. David Hume nel suo “Trattato sulla natura umana” del 1739, suggerisce, a riguardo, che: “La ragione è […] schiava delle passioni e non può rivendicare in nessun caso una funzione diversa da quella di servire e obbedire ad esse […] Risulta quindi chiaro che il principio che si contrappone alla passione non può coincidere con la ragione e solo impropriamente lo si chiama così. Non parliamo né con rigore, né filosoficamente quando parliamo di una lotta tra la passione e la ragione”. Questo passaggio è illuminante. Non si può, infatti, contrapporre la ragione alle emozioni. Quando qualcuno ti rivela una “verità” che, in realtà, volevi sentirti dire, anche se si tratta di una cosa falsa, e poi magari aggiunge che nessun altro, tranne lui, ti dirà quella verità, tanto meno i “giornaloni” e i “professoroni”, tu non penserai che nessun altro ti dirà quella “verità” perché quella “verità” è falsa, ma solo perché è una verità troppo grande e scomoda, e tu sei un privilegiato a conoscerla e condividerla. Non c'è via d'uscita. La ragione è schiava delle passioni. Ecco perché è importante agire sulle anche sulle passioni, sulle paure, sulle esperienze, sulla qualità della vita delle persone.

Per contrastare la paura degli immigrati, per esempio, non può bastare affermare che questi non sono poi tanti e ci servono per pagare le pensioni - cose assolutamente vere – ma occorre proporre esperienze dirette di integrazione, di conoscenza e di scambio con queste persone, stare a contatto con loro coi loro figli. Solo così si può scoprire che non sono, alla fine, poi così diversi da noi. Se la distorsione non viene dalla paura, ma da un senso di esclusione – “nessuno ti dirà mai queste cose, se non io” – potrebbe voler dire che forse il livello di partecipazione, inclusione e democraticità delle nostre comunità e delle nostre istituzioni è ancora troppo basso. E allora occorre includere, prendere dentro tutti, non lasciare che nessuno si senta fuori, escluso, trascurato. Se infine le distorsioni si originano a causa della nostra maggiore attenzione verso le notizie negative che verso quelle positive, forse una maggiore responsabilità da parte di stampa e delle TV rispetto all'immagine del mondo che producono, non potrebbe che migliorare la situazione. Non si tratta di alterare la realtà, ma, anzi, di darne una rappresentazione più fedele e accurata, meno ideologicamente pre-compresa.

La differenza tra la destra populista e la sinistra elitista sta proprio qua. L'una cavalca le emozioni, l'altra le trascura e le sottovaluta. Eppure un “tertium datur”, un'altra prospettiva, un'altra possibilità, c'è, è quella di operare nel concreto per modificare le esperienze, i traumi, alle volte, e i quartieri, le città, le relazioni che producono quelle emozioni di paura, esclusione e insicurezza. Questo è il ruolo della politica, quella bella. Perché, come dice Richard Thaler, premio Nobel per l'economia, alla fine “Le persone non sono stupide, è il mondo là fuori ad essere complicato”.

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