intervista

Rifiuti, il comandante del Noe Ferla: «Rendere più semplici le misure di prevenzione»

Basterebbe cambiare l’articolo 4 del Codice Antimafia, prevedendo che le misure di prevenzione possano applicarsi anche fuori dalle ipotesi associative

di Ivan Cimmarusti

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Il comandante dei carabinieri della Tutela ambientale, il generale di brigata Maurizio Ferla

Basterebbe cambiare l’articolo 4 del Codice Antimafia, prevedendo che le misure di prevenzione possano applicarsi anche fuori dalle ipotesi associative


2' di lettura

«Nel traffico illecito di rifiuti operano decine di soggetti, alle volte slegati tra loro. Per questo è difficile operare misure di prevenzione, oggi possibili sul fronte dei reati ambientali solo se dimostriamo l’esistenza di una associazione per delinquere. Basterebbe una modifica normativa, tra l’altro già tracciata dalla Corte di Cassazione, per consentire questi sequestri».

Il comandante dei carabinieri della Tutela ambientale, il generale di brigata Maurizio Ferla, non nasconde un certo fervore quando parla di accertamenti patrimoniali. E infatti il suo passato di investigatore di polizia giudiziaria emerge chiaramente: nel 1989 ha comandato la prima sezione del Nucleo Investigativo di Napoli, quella che ha indagato sulla guerra di camorra tra i clan di Nuova Famiglia nel contesto del “ritorno” della Nco di Raffaele Cutolo. Oggi è alla guida di uno dei reparti d’élite dell’Arma, comando che sta acquisendo competenze sempre più tecniche anche su aspetti finanziari legati al ciclo dei rifiuti.

Si conferma che è fondamentale seguire la traccia dei soldi?
Con la legge 68 del 2015 anche la Tutela ambientale può svolgere accertamenti patrimoniali. Stiamo fornendo ai nostri investigatori corsi di formazione all’Istituto superiore di tecniche investigative a Velletri.

Eppure sembra che la legge non sia adeguata in tema di misure di prevenzione patrimoniali.
Premesso che svolgiamo regolarmente sequestri nel corso delle indagini giudiziarie su determinati reati, subiamo una problematica legata alla formulazione della legge Antimafia, dove c’è la disciplina della misura di prevenzione personale e patrimoniale, ossia la possibilità di portare via quei patrimoni frutto di una illecita attività.

Ce la spieghi.
Allo stato attuale questa misura è consentita solo nei casi in cui i soggetti su cui facciamo la proposta di sequestro siano sospettati di vivere dei proventi del delitto di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti riconducibili a una associazione per delinquere. Ma come emerge dalle nostre indagini, questa filiera criminale è lunga e articolata. Quelli da cui ha origine non sempre sono in contatto con gli altri “anelli” che compongono il ciclo illecito dei rifiuti. Il risultato è che questi soggetti possono accumulare capitali ingentissimi e continuare con queste attività. L’aggressione ai patrimoni illecitamente accumulati è un tema importante, a cuore anche del nostro comandante generale Giovanni Nistri. Sarebbe necessaria qualche modifica all’attuale normativa.

Di che tipo?
Come rappresentato in varie sedi istituzionali, basterebbe cambiare l’articolo 4 del Dlgs 159/2011 (Codice Antimafia, ndr), prevedendo che le misure di prevenzione possano applicarsi ai soggetti indiziati di cui all’articolo 452 quaterdecies del codice penale (Attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, ndr), anche fuori dalle ipotesi associative. Si tratta, tra l’altro, di un indirizzo già tracciato dalla Corte di Cassazione. Un patrimonio illecitamente accumulato è pericoloso di per sé, a prescindere dalla pericolosità sociale del soggetto intestatario, che potrebbe essere una testa di legno o una società fittizia. È necessario porre un freno a questo fenomeno, che rappresenta un gravissimo attentato alla libera concorrenza e alle imprese che si occupano lecitamente dello smaltimento.

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