l’inchiesta - emergenza nella capitale

Rifiuti, per Roma soluzione estiva. Poi invio all’estero o commissario

di Andrea Marini


Emergenza rifiuti a Roma, e' allarme dei medici

5' di lettura

La deadline è fissata per il 30 settembre, quando scadrà l’ordinanza della Regione Lazio firmata venerdì che punta a risolvere nell’immediato l’emergenza rifiuti a Roma. Il Campidoglio dovrà farsi trovare pronto con un piano che nel medio e lungo termine sia in grado di scongiurare la periodica invasione di rifiuti. In sostanza significa fare quello che finora non si è fatto: porre fine al problema della carenza degli impianti e chiudere il ciclo dei rifiuti. Dove fare una nuova discarica di servizio? Come raggiungere l’obiettivo annunciato per il 2021 di una differenziata al 70% quando dal 2015 ad oggi si è passati appena dal 41% all’attuale 46%? Rimettere in gioco i tanto odiati termovalorizzatori (per vederli in funzione servono 7 anni)? Puntare tutto sulle “fabbriche verdi” di recupero, riciclo e riutilizzo, cavallo di battaglia dei Cinque Stelle (ma anche del Pd a guida Zingaretti)?

PER SAPERNE DI PIU’ / Roma tratta per inviare a Stoccolma i rifiuti per tre anni

Sullo sfondo c’è sempre l’ipotesi (costosa) di ultima istanza, tornare a spedire i rifiuti all’estero. Lo conferma il Campidoglio e lo conferma il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa. Anche alla luce della crescente resistenza (almeno in parte politica) delle altre regioni italiane - sempre più a guida centrodestra - nel farsi carico dei problemi dell’amministrazione M5S della Capitale (il 31 luglio scade l’accordo con l’Abruzzo e il governatore di FdI Marco Marsilio è già pronto a dire no).

Ma potrebbe non bastare o il piano non andare in porto. Dietro l’angolo c’è, allora, il governo, pronto a prendere in mano la situazione con la nomina di un commissario ad hoc. Ma anche questa scelta potrebbe portare a un nuovo impasse, visto che gli alleati di governo Lega e M5S hanno visioni opposte: i primi sono a favore dei termovalorizzatori, i secondi li vedono come fumo negli occhi.

GUARDA IL VIDEO / Emergenza rifiuti a Roma, e' allarme dei medici

Le ragioni lontane di una crisi
Tutto inizia il 1° ottobre 2013, quando - sindaco di Roma il Pd Ignazio Marino e governatore del Lazio Nicola Zingaretti - si decide di chiudere la mega-discarica di Malagrotta. Nel sito, 230 ettari, record europeo, proprietà dell’imprenditore Manlio Cerroni, finivano i rifiuti della Capitale. La chiusura era imposta dalla normativa Ue che vieta di buttare in discarica i rifiuti “tal quale” (vale a dire non pretrattati). Poi la politica (di tutti i colori) non ha mai digerito l’idea di lasciare in mano a un privato le sorti dei rifiuti della capitale. Per non parlare delle proteste della popolazione residente vicino al sito.

Da allora, l’equilibrio dei rifiuti della capitale è sempre stato precario, visto che, ad oggi, non si è ancora scelto il sito per una discarica di servizio (destinata a ricevere, con la crescita della differenziata, meno scarti, e comunque pretrattati, e quindi meno invasiva della vecchia Malagrotta), la raccolta differenziata non ha ancora accelerato e non si sono costruiti nuovi impianti (né di termovalorizzazione né le “fabbriche verdi” di materiali riciclati e riutilizzabili) per chiudere il ciclo dei rifiuti. Con la conseguenza che la città ha dovuto iniziare a “esportare” la sua spazzatura fuori confine, arrivando, nel 2017, a smaltire in tre paesi Ue (Austria, Grecia e Portogallo) e in otto regioni italiane (Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana, Abruzzo, Molise e Puglia). In base a un calcolo della Regione Lazio, Ama (azienda di igiene urbana al 100% del Comune di Roma) avrebbe potuto risparmiare 50 milioni l’anno smaltendo in impianti “di prossimità”.

LEGGI ANCHE / Pochi impianti e troppe norme: rifiuti e riciclo a rischio paralisi

Collo di bottiglia a fine 2018
Il filo su cui cammina lo smaltimento dei rifiuti a Roma si è ulteriormente assottigliato a fine 2018, con l’incendio all’impianto di trattamento meccanico biologico (Tmb) dei rifiuti del Salario di Ama, che di fatto ha privato la capitale di un quarto della capacità di trattamento delle 3mila tonnellate giornaliere di rifiuti indifferenziati (il resto va nel Tmb Ama di Rocca Cencia e nei Tmb Malagrotta 1 e Malagrotta 2 della E.Giovi in amministrazione giudiziaria). Non sapendo dove portare un quarto dell’indifferenziato, questi rifiuti restano per strada. L’emergenza è stata risolta provvisoriamente mandando la spazzatura destinata prima al Tmb Salario in parte negli altri impianti cittadini, in parte fuori città. Ma è emerso un altro problema: dove trovare un sito di “trasferenza” in cui appoggiare i rifiuti raccolti per strada, prima destinati al Salario, in attesa di mandarli fuori città?

Le difficoltà di Ama
A rendere la tempesta perfetta, ha contribuito la crisi di Ama. L’azienda ha cambiato in tre anni cinque volte i propri vertici. L’ultimo bilancio presentato è quello del 2016 (mancano quindi il 2017 e il 2018). La tariffa rifiuti produrrà nel 2019 un gettito di 763 milioni. Ma il 47% dei costi dell’azienda è assorbito dal personale (poco meno di 7.800 addetti, che nel primo trimestre 2019 ha registrato un tasso di assenze del 15,3%). Non sorprende quindi che l’azienda abbia in servizio per la raccolta solo il 58% dei mezzi. Da qui alla crisi di questi giorni, con i cumuli di rifiuti per strada, il passo è stato breve: a marzo c’è stato l’annuncio di una riduzione delle tonnellate di rifiuti trattati nei Tmb 1 e 2 di Malagrotta per manutenzione straordinaria. Il resto lo ha fatto l’inizio dell’alta stagione con i turisti che ad aprile, maggio e giugno superano a Roma città gli 1,2 milioni di arrivi mensili.

PER SAPERNE DI PIU’ / Dallo stop dei Tmb di Malagrotta alla presidenza Ama: i fronti caldi dei rifiuti a Roma

I passi per superare l’emergenza
Secondo stime ufficiose, in questi giorni di crisi, delle 3.400 tonnellate giornaliere di rifiuti di indifferenziata prodotte da Roma, 700 tonnellate sono smaltite negli impianti di Malagrotta, 600 a Rocca Cencia, 200 nell’impianto privato Porcarelli tritovaglio (a Roma), 100 nel tritovagliatore mobile Ama di Ostia (ma questo non è sempre attivo), 1.300 fuori della provincia di Roma, cioè ad Aprilia (Latina), Viterbo, Frosinone e in Abruzzo dove arrivano circa 250 tonnellate. Ci sono 500 tonnellate giornaliere che non vengono raccolte.

Su richiesta del Comune, la Regione Lazio venerdì ha pubblicato un’ordinanza con cui precetta tutti i 16 impianti rifiuti della Regione, chiedendo di aprire le loro porte alla spazzatura di Roma. La sindaca Virginia Raggi ieri ha però parlato di «ordinanza bluff» visto che gli impianti sono rimasti chiusi, come ha confermato Ama. Che ha fatto sapere di aver già avviato pulizia e igienizzazione delle zone sensibili della città.

Da oggi verrà introdotto ogni domenica un turno ulteriore nel Tmb di Rocca Cencia. È stata individuata a Saxa Rubra un’ulteriore area di trasferenza dei rifiuti, anche alla luce della chiusura da oggi del sito di Ponte Malnome. Da lunedì infine, ci saranno per strada cinque macchine speciali dotate di gru per raccogliere la spazzatura. La Regione ha chiesto ad Ama di pulire la città entro sette giorni, ma è probabile che «ci vorranno tre settimane-un mese», spiega Massimiliano Gualandri, coordinatore regionale Igiene Ambientale Fit-Cisl Lazio, sfruttando anche il calo della produzione di rifiuti che si registra ad agosto con la città che si svuota.

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti