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Riforestazione dell’Amazzonia, così ha fallito la finanza internazionale

Il business dei crediti di carbonio è risultato inefficiente e corrotto. Intanto arriva il dietrofront del Brasile: contro gli incendi sì agli aiuti internazionali

di Roberto Da Rin


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Squadra anti-incendi. Un momento di pausa per un gruppo di soldati boliviani impegnati contro le fiamme. (Epa)

4' di lettura

Contrordine compagni. Il presidente brasiliano accetterà gli aiuti internazionali. La donazione di 10 milioni di sterline (circa 11 milioni di euro) del Regno Unito per finanziare la lotta contro gli incendi forestali in Amazzonia, verrà incassata dal governo di Brasilia. Il rifiuto, sdegnato, di due giorni fa al G7 di Biarritz - dove erano stati offerti 20 milioni di dollari - è stato ritirato. Jair Bolsonaro ci ha ripensato e non crede più siano un’interferenza negli affari interni del Paese. Quindi “sì” al supporto finanziario da organizzazioni e da altri Paesi. Il punto essenziale - ha avvertito i Brasilia - è che i fondi ricevuti siano sotto il controllo del popolo brasiliano.

Il dibattito sull’Amazzonia resta aperto e, al di là delle polemiche tra capi di Stato, vale la pena capire quali siano i nodi da affrontare, a livello internazionale, per attuare dei programmi efficaci. E capire dove abbiano fallito quelli attuati.

Una delle lacune più evidenti riguarda il mercato dei crediti di carbonio, avviato nel 1997 dal Protocollo di Kyoto. Si tratta di un sistema di compensazione per la salvaguardia dell’ambiente. L’obiettivo è quello di permettere alle imprese di compensare l’anidride carbonica prodotta dalle loro attività. In che modo? Finanziando progetti di riduzione delle emissioni, per esempio piantando alberi o producendo energia da fonti rinnovabili. I documenti e gli analisti concordano: i crediti di carbonio non compensano le emissioni. I controlli sui progetti, le stime dei crediti che ogni Paese emette sui mercati sono inaffidabili. E la riforestazione non avviene. Con il paradosso di offrire legittimità ai Paesi inquinanti che ottengono uno strumento per continuare a produrre C02 senza sentirsi in colpa.

Pietro Valaguzza, ad di Kicklister Group, società di trading e consulenza in ambito climate change, spiega che «il sistema del mercato dei crediti di carbonio da un punto di vista teorico è perfetto, ma non è stato in grado di raggiungere il valore per una tonnellata di CO2 emessa in atmosfera che comporti lo switch-fuel necessario alla riduzione delle emissioni». In altre parole il sistema si è dimostrato inefficiente e corrotto: inefficiente in quanto il prezzo dei diritti di emissione è stato ben inferiore a quanto sarebbe necessario al cambiamento di “fonte“ nella produzione di energia e nella conversione a un modello meno inquinante. Da un punto di vista finanziario vi sono stati casi di arbitraggio e speculazione. L’aggravante è che vi sono stati anche episodi di corruzione: lo dimostrano i recenti arresti di alcuni vertici del trading desk di Deutsche Bank che hanno usato il mercato della CO2 per un’enorme frode Iva in tutta Europa.

«L’equiparazione dei crediti di CO2 agli strumenti finanziari e il relativo “passaggio” alle banche, ha reso il mercato più sicuro – secondo Valaguzza - ma anche più rigido, con gli operatori industriali che hanno iniziato a gestire una commodity (Co2)in modo più complesso di prima».

Monica Frassoni, co-Presidente del Partito Verde europeo dal 2009, ritiene che il meccanismo possa essere corretto e rafforzato. Di certo negli anni passati, inquinare è risultato troppo conveniente. «L’illusione di effettuare correzioni solo con i meccanismi di mercato – spiega Frassoni - è svanita in modo definitivo. Le politiche di sviluppo debbono poggiare sull’efficienza energetica e sulle energie rinnovabili». Come correggerlo? «Innanzitutto con la riduzione delle deroghe di cui molti settori hanno beneficiato, per esempio trasporti, edilizia, agricoltura». E infine rimodulando il principio degli Ets (Emission trading system) basato sul concetto di acquisto del diritto a inquinare. In altre parole, riducendo i permessi gratuiti e obbligando le imprese a comprare i crediti facendo quindi salire il prezzo.

Qualche speranza si può riporre nella riforma dell’Ets che entrerà in vigore dal 2020, votata dal Parlamento europeo nel febbraio 2018. La revisione nasce per accelerare il ritiro delle quote di emissione disponibili sul mercato del carbonio degli Ets, che copre circa il 40% delle emissioni di gas a effetto serra dell’Unione. L’obiettivo è ridare efficacia a un meccanismo palesemente inadeguato a spingere la decarbonizzazione, per i bassi prezzi che la CO2 ha raggiunto su questo mercato.

Previsti poi due fondi. Un “fondo di modernizzazione” contribuirà a migliorare i sistemi energetici negli Stati membri a basso reddito. I deputati hanno approvato delle regole più severe per i finanziamenti, che non potranno più andare a progetti industriali alimentati a carbone, a eccezione dei sistemi di teleriscaldamento nei Paesi europei più poveri.

Un secondo fondo, per l’innovazione, fornirà sostegno finanziario per i progetti sulle rinnovabili, la cattura e lo stoccaggio del carbonio e l’innovazione low carbon.

La riforma, poi, mira a prevenire il carbon leakage o “rilocalizzazione delle emissioni di carbonio”, cioè il rischio che le imprese possano delocalizzare la produzione al di fuori dell’Europa, in paesi con regole meno stringenti in materia di riduzione delle emissioni. Una preoccupazione che ha sempre indebolito l’ETS, garantendo permessi gratuiti a molti soggetti.

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