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Fisco verso il modello tedesco: ecco come potrebbe cambiare l’Irpef

Entro aprile dovrebbe arrivare la legge delega con l’identikit della nuova tassa sui redditi delle persone. Ecco come potrebbe essere

di Marco Mobili, Gianni Trovati


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3' di lettura

Semplificazione, alleggerimento della pressione fiscale e progressività. Con un orecchio attento ai contributi tecnici che arriveranno dagli studiosi e dalla società. Così il ministro dell’Economia Gualtieri ha rilanciato giovedì scorso nel suo intervento a Telefisco il cantiere della riforma Irpef che entro aprile dovrebbe produrre la legge delega con l’identikit della nuova tassa sui redditi delle persone. Sul tavolo stanno per arrivare le diverse proposte dei partiti, dalla riforma integrale ipotizzata da Italia Viva al modello a tre aliquote dei Cinque Stelle.

Ma nella girandola delle ipotesi sembra trovare uno spazio crescente il modello tedesco della progressività continua. Sul punto si è già spesa pubblicamente Leu, ma l’idea piace anche al Pd e in particolare ai suoi esponenti al ministero dell’Economia.

È ovvio però che su un tema così complesso, reso scivoloso dall’incrocio infinito di variabili che ha deformato l’Irpef attuale, il dibattito politico si deve appoggiare ai risultati delle analisi tecniche sugli effetti possibili dei diversi interventi. E sul modello tedesco dell’aliquota, che cambia in continuo a ogni modifica del reddito, la prima proposta puntuale arriva dal gruppo di lavoro Astrid sulla fiscalità.

L’analisi condotta da Ernesto Longobardi, Corrado Pollastri e Alberto Zanardi parte dalla situazione attuale, tiene conto dell’ultimo intervento sul cuneo fiscale, e offre una strada possibile per la nuova Irpef alla tedesca. Con una funzione che applicata al reddito lordo calcola direttamente l’imposta, cancellando le detrazioni legate alle varie tipologie di reddito. E con tre obiettivi: un’Irpef più semplice, senza i salti d’imposta e i paradossi che caratterizzano l’impianto attuale, più facile da leggere per il contribuente, che conoscerebbe l’aliquota effettiva applicata a ogni reddito in base alla formula. E specularmente più semplice da gestire per i governi, che potrebbero valutare senza troppe incognite l’impatto distributivo di ogni possibile modifica.

In pratica, il nuovo modello prevederebbe una corrispondenza continua, che a ogni livello di reddito associa una percentuale da applicare per ricavare l’imposta, ma senza superare l’attuale aliquota marginale massima, il 43%. Cancellando le detrazioni per tipologia di reddito, le curve Irpef sarebbero tre, differenziate per dipendenti, pensionati e autonomi. Per tener conto delle diverse spese di produzione del reddito (lorde per i dipendenti, determinate in via analitica per gli autonomi e assenti per i pensionati) che oggi sono gestite con le detrazioni.

Su questi presupposti, Astrid propone un aggiustamento della curva Irpef congegnato per renderla regolare senza penalizzare contribuenti nel cambio di regime. Permetterebbe di offrire un vantaggio medio da 382 euro a quasi 10 dei 13,7 milioni di italiani con reddito prevalente da lavoro dipendente, e da 284 euro a 9,6 dei 13,2 milioni di pensionati. Costo: 3,7 miliardi per il lavoro dipendente, e 2,7 miliardi per i pensionati. E un effetto simile si otterrebbe anche per gli autonomi.

Ma il cambio di rotta sarebbe anche nella presentazione dell’imposta. Perché il nuovo sistema manderebbe in soffitta il sistema attuale degli scaglioni, che sono solo lontane parenti di quelle effettive, e indicherebbe chiarimenti al contribuente la percentuale reale di reddito lordo chiesta dal fisco. Un’aliquota, è facile capirlo, molto più attraente anche sul piano della comunicazione politica. Perché per quasi il 60% dei lavoratori dipendenti, quelli che dichiarano fino a 23.500 euro, l’aliquota reale sarebbe per esempio inferiore a quel 15% che ha dominato per più di un anno il dibattito fiscale ai tempi delle ipotesi di Flat Tax. Per i pensionati il livello sarebbe un po’ più alto (15,8% di aliquota reale a 19mila euro), e crescerebbe ulteriormente per gli autonomi (15,8% a 15.700 euro).

L’analisi è tecnica, e per sua natura non si addentra nel cuore delle scelte politiche. Che per esempio devono decidere quali redditi oggi esclusi dall’Irpef dovrebbero rientrare nell’imposta progressiva; e può valutare diverse forme di progressività (e di costi) ipotizzando curve meno “conservative” di quella elaborata da Astrid. Non mancano però gli spunti ulteriori, come la tassazione separata degli straordinari o un sistema misto per gli incrementi contrattuali.

Per approfondire:
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