Interventi

Riforma fiscale, tasse sugli immobili e successione alla prova

di Fabio Ghiselli

4' di lettura

I sistemi tributari e le scelte di politica fiscale, lo sappiamo, sono temi complessi. Lo sono per la scarsa qualità redazionale dei testi normativi che generano una costante incertezza applicativa, e per una bulimica e disordinata produzione legislativa che rende instabile il sistema e molto complicato il suo coordinamento.
Per questo nella scala delle priorità, a fianco di una vera riforma fiscale dovrebbe trovare posto la redazione di testi unici normativi distinti per materia.
Ma la complessità deriva anche dalla diversa gradazione della funzione redistributiva incorporata in qualunque tipo di imposizione, che per le forze politiche può essere croce o letizia (in termini di consenso elettorale).
Per tali ragioni, l’approccio alle tematiche fiscali diventa facile terreno di contrapposizioni fondate su pregiudiziali ideologiche.
Nei giorni scorsi, grande clamore ha suscitato le proposta del sen. Mario Monti di reintrodurre l’IMU sulla prima casa e di implementare l’imposta di successione, che hanno fatto venire in mente le “raccomandazioni” della Commissione Ue più recenti, contenute nelle relazioni (per Paese) del 2020 e 2019, fondate su analisi solo in parte condivisibili.
Se ci limitassimo al detto delle proposte, con un rapporto gettito fiscale/Pil del 42,4% (nominale) nel 2019, contro una media Ue del 41% e OCSE del 33,8%, potremmo replicare con un no grazie. Anche se sopra la media Ue e il dato interno si collocano altri cinque Paesi, tra cui la Francia e l’Austria e altri due, tra cui la Germania, ci seguono molto da vicino. Se poi volessimo aggiungere le interpretazioni favorevoli alla curva di Laffer, e i principi addotti dalla Corte Costituzionale tedesca, potremmo forse concludere che ci sarebbe ancora spazio per un incremento della pressione fiscale.
Ma se approfondissimo i temi, e non ci lasciassimo influenzare dal preconcetto secondo cui il settore immobiliare sarebbe già oggi di per sé sotto tassato, potremmo sviluppare valutazioni diverse. Dovremmo porci come stella polare, l’obiettivo di rendere il “sistema” tributario più progressivo ed equo, in linea con i principi costituzionali della capacità contributiva (art. 53) e della solidarietà sostanziale (art. 3, co. 2), e più equilibrato in termini di composizione del carico fiscale, anche in rapporto al Pil. Perché dai principi dovremmo partire.
Potremmo iniziare affermando che la premessa per qualunque modifica alla tassazione immobiliare dovrebbe essere la riforma del catasto, che definisca in modo più corretto e perequato il valore degli immobili, e sia libera dal vincolo inappropriato della “parità di gettito”, più consono a una norma impositiva. La premessa per garantire il principio della capacità contributiva.
Così come avrebbe un senso la revisione dell'imposta sui trasferimenti, non solo in termini di equivalenza tra registro e Iva, ma come vera imposta d’atto e non di tipo sostanzialmente patrimoniale come oggi. Con le opportune cautele per non incentivare bolle speculative, potrebbe agevolare lo sviluppo del mercato immobiliare.
Potremmo proseguire sostenendo che la reintroduzione generalizzata dell’IMU, nella sua attuale struttura, non sembra una opzione così azzeccata.
Ma dovremmo considerare che la proprietà di un immobile esprime un indice di ricchezza e, unitamente al possesso a qualunque titolo o alla sua detenzione, ha una rilevanza a livello locale. Gli immobili “consumano” il territorio e i soggetti che li utilizzano ricevono servizi dall'ente preposto al suo governo (che peraltro ne accrescono il valore), per cui sembra corretto che contribuiscano alle entrate comunali. Non tutte le abitazioni “principali” o “prime case” sono uguali, però, perché è il diverso valore che le differenzia. Per cui la tassazione dovrebbe essere progressiva. Ma occorrerebbe tener conto anche delle necessità perequative, perché una delle criticità dell’IMU è che non è un tributo progressivo. A questo fine l’imposizione potrebbbe essere costruita secondo schemi alternativi: una aliquota proporzionale unica assistita da detrazioni/deduzioni decrescenti in funzione del reddito personale complessivo per agevolare le famiglie in condizioni di maggiore disagio; aliquote crescenti in funzione del valore dell'immobile; l'introduzione di due parametri, il valore di mercato dell'immobile e il livello del reddito complessivo. In questo modo, tra i fabbricati tassati dovrebbe rientrare anche l'abitazione “principale”, per la quale non si intravvedono ragioni logiche per escluderla, se non quelle di tipo meramente elettoralistico.
Se sorvoliamo sul tema dell’imposizione patrimoniale personale sull’intero patrimonio posseduto oltre un certo limite di valore realmente significativo sul quale si è recentemente espresso anche il Presidente della Corte dei Conti in audizione dinanzi le Commissioni riunite Finanza e Bilancio di Camera e Senato, l'altro tema proposto dal sen. Monti riguarda l'imposta di successione (e donazione).
Nel nostro Paese, uno dei pochi tra quelli Ue, questa imposta è, di fatto, inapplicata, tanto che garantisce all'erario in media, solo 619 milioni di euro l'anno pari allo 0,001% delle entrate tributarie complessive.
Oltre ad essere una imposta efficiente e meno distorsiva di altre, non vi sarebbe alcuna significativa evidenza che scoraggi “il risparmio o gli investimenti, o che influenzi l'impegno nel lavoro”. Anzi, è stata proprio la tradizione liberale di J. S. Mill a sostenere gli effetti negativi dell'assenza, o irrilevanza, di una imposizione sulla trasmissione delle eredità. Una efficiente allocazione delle risorse non sarebbe compatibile con una ricchezza che si trasferisce e perpetua in colui che la riceve senza alcun merito proprio, se non quello di essere un discendente o un donatario di colui che l'ha creata.
Secondo i dati Banca d'Italia, la quota di ricchezza netta delle famiglie ricevuta in eredità o donazione oscilla tra il 30 e il 55% della ricchezza totale posseduta, con il 5% che riceve il 50% delle eredità e delle donazioni. Che la dice lunga in termini di concentrazione della ricchezza e disuguaglianze.
La sua effettiva applicazione garantirebbe non solo un impegno e un contributo alla crescita di questo Paese da parte di coloro che hanno “di più”, ma anche un “patto intergenerazionale” tra coloro che hanno generato ricchezza e i giovani che dovranno generarla. Perché il gettito potrebbe essere utilizzato per “potenziare lo strumento che più di ogni altro combatte la disuguaglianza, cioè l'istruzione e la formazione” (Prodi, 2017), e mettere in movimento l'ascensore sociale bloccato da anni.

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