analisidopo l’annuncio del ministro

Riforma del fisco, doppio intervento su spesa corrente e agevolazioni

Finanziare l’intervento con il taglio delle tax expenditure è tecnicamente possibile ma sarebbe un’operazione ad alto impatto politico. La scommessa di un taglio chirurgico che distingua tra spese «buone» e spese «cattive»

di Dino Pesole

Pil -12,8% nel lockdown, mai cosi' da 25 anni

4' di lettura

La riforma del fisco - fa sapere il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri - «deve essere autofinanziata con la riduzione delle tax expenditures e il contrasto all’evasione fiscale. C’è molto spazio». E certamente, anche dopo l'ultimo richiamo del commissario agli Affari economici, Paolo Gentiloni («sarebbe davvero un messaggio sbagliato pensare di utilizzare le risorse del Recovery Fund per tagliare le tasse»), la strada per il piano di riduzione della pressione fiscale allo studio del Governo non potrà che prevedere un mix di coperture solide e strutturali. La via maestra è di operare in contemporanea attraverso una contestuale riduzione della spesa corrente, e agire sul versante delle agevolazioni fiscali. In che modo?

Tetto alle agevolazioni

Da anni, i vari governi che si sono succeduti alla guida del Paese hanno provato a intervenire senza successo per sfoltire l’abnorme elenco di sconti, agevolazioni e detrazioni tuttora presenti nel nostro ordinamento. Non lo si è fatto perché si tratta evidentemente di un’operazione che ha un costo in termini di consenso. Scontate le critiche e le proteste delle categorie che ne risultassero maggiormente colpite. Sono circa 533 le voci che attualmente compongono la folta platea delle spese fiscali per un costo annuo di 63 miliardi. Come sostenuto nell’intervista apparsa il 23 agosto sul Sole 24 Ore da Mauro Marè, che presiede l’apposita commissione incaricata di redigere l’elenco delle attuali tax expenditures, l’elenco non comprende le spese fiscali strutturali, come le detrazioni per carichi familiari o per lavoro dipendente. In tutto si arriva a oltre 700 spese per un costo superiore ai 100 miliardi annui.

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«Naturalmente non è possibile cancellarle tutte: ma le stime mostrano che non è troppo difficile raccogliere almeno 10 miliardi. Per arrivare a 20-30 miliardi, cioè al costo di una riforma fiscale incisiva, bisogna intervenire anche sulle voci strutturali». Da qui l’ipotesi di ricorrere a un intervento generale, che possa anche essere di tipo orizzontale. Si potrebbe ad esempio ridurre del 50% «quelle che costano meno di 100 milioni, oppure tagliarle tutte del 2%, o introdurre tetti di reddito oltre i quali lo sconto non scatta. Anche perché non va dimenticato che molte agevolazioni sono regressive, finanziando spese realizzate solo dalle famiglie con redditi medio-alti». Stando ai confronti internazionali l’Italia è tra i paesi Ocse con le spese fiscali più elevate, anche se i criteri di misurazione non sempre sono omogenei. Fatto sta che a fronte di agevolazioni ridotte o cancellate ne sono spuntate di nuove, con la conseguenza che il numero complessivo, nel corso degli ultimi vent'anni, è comunque aumentato, e con esso il costo in termini di gettito.

Finanziare in tutto o in parte la riforma fiscale con il taglio delle agevolazioni è tecnicamente possibile ma pesa la variabile politica, e su questa andrà misurata la reale intenzione del Governo di intervenire. Come ha osservato Mario Baldassarri si tratta di “mele avvelenate” del sistema fiscale: «Molto attraenti, ma tossiche».

La revisione della spesa

Anche in questo caso, l’operazione è ad alto impatto in termini politici. Individuare fonti di finanziamento all’interno di una spesa pubblica che ha superato abbondantemente gli 850 miliardi è tecnicamente possibile. Aprirebbe spazi per il finanziamento strutturale dei piani di riduzione della pressione fiscale. Ancora prima della “stagione dei commissari” non sono mancate proposte organiche di revisione strutturale della spesa. Ma la vera scommessa non è intervenire sugli incrementi tendenziali annui, oppure intervenire come è stato fatto con tagli lineari, quanto incidere sui meccanismi che alimentano la spesa, attraverso un'operazione chirurgica che sappia distinguere (per mutuare le parole Mario Draghi) tra spese “buone” e spese “cattive”. Queste ultime alimentano il debito, le prime creano sviluppo soprattutto se destinate a settori chiave come la ricerca, l'istruzione e gli investimenti.I proventi della lotta all'evasione.

Per un Paese che continua ad attestarsi ai primi posti delle classifiche internazionali per il livello dell'evasione (attorno ai 110 miliardi) recuperare risorse attraverso un’incisiva azione di deterrenza pare fondamentale. Al pari di un’azione costante e incisiva sul versante delle semplificazioni, e di tutte quelle misure che possano favorire l’adempimento spontaneo al versamento delle imposte (la cosiddetta tax compliance). Non vi è peraltro governo, negli ultimi decenni, che non abbia inserito nei suoi programmi l’intendimento di ottenere risultati cospicui e accertati dalla lotta all’evasione. Alcuni passi in avanti sono stati compiuti, come mostra il successo in termini di maggiore gettito della fatturazione elettronica.

Occorre proseguire su questa strada anche attraverso il potenziamento degli incroci tra le diverse banche dati. Se l'obiettivo è “pagare meno, pagare tutti”, l'auspicio è che i proventi della lotta all’evasione vengano redistribuiti tra i contribuenti che assolvono correttamente ai loro obblighi fiscali. Con l’avvertenza che tali proventi potranno essere utilizzati come fonti di copertura per la riforma fiscale solo una volta che siano stati effettivamente incassati, e non quindi ipotecati “ex ante”, prima cioè che le relative risorse affluiscano nelle casse dello Stato

La falsa illusione del ricorso al Recovery Fund

L’avvertimento di Gentiloni è pienamente condivisibile e punta a prevenire sul nascere la tentazione di utilizzare in qualche modo le risorse del Recovery Fund per finanziare il taglio delle tasse. Intanto occorre osservare che per il New Generation EU si tratta di sovvenzioni e prestiti. In entrambi i casi, saranno risorse “a tempo”. In secondo luogo, si tratta di risorse destinate prevalentemente a finanziare piani di investimento e riforme strutturali, declinati alla luce delle Raccomandazioni più volte rivolte all’Italia dalla Commissione europea (in primo piano gli investimenti green e quelli diretti all’economia digitale). Anche la riforma fiscale compare tra le priorità di Bruxelles, ma il suo finanziamento dovrà avvenire attraverso coperture da individuare all’interno del bilancio. Certo potrà esservi un beneficio indiretto, poiché i 209 miliardi del Recovery Fund apriranno spazi di manovra nel perimetro dei conti pubblici. E quindi li si potrà sfruttare anche per ridurre le tasse, ma senza forzature di sorta sulle coperture.

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