il ddl torna alla camera

Riforma processo penale, il Senato dice «sì» alla fiducia

di Vittorio Nuti

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(ANSA)


4' di lettura

Si completa al Senato la seconda lettura della riforma del Processo penale. Questa mattina l’Aula di Palazzo Madama ha votato la fiducia chiesta ieri dal governo sul disegno di legge delega che riforma il processo penale con 156 sì, 121 no e un astenuto. Ora il provvedimento torna alla Camera per la terza lettura. Il voto di fiducia era sul maxiemendamento interamente sostitutivo del disegno di legge delega il cui cammino parlamentare è iniziato oltre due anni fa.

Tre mesi al Governo per attuare le norme sugli ascolti
Tra le novità del maxiemendamento su cui si vota la fiducia ci sono anche tempi più stretti per l'esercizio della delega da parte del Governo per quanto riguarda l’attuazione delle norme sulle intercettazioni: tre mesi invece di 12, che fanno ipotizzare la possibilità di una prima applicazione della riforma fin dalla prossima estate. Per le altre materie, tra cui la riforma dell'ordinamento penitenziario, su cui è prevista una delega del Parlamento al governo, il termine per i decreti attuativi è invece di un anno.

I tempi lunghi di una riforma controversa
Con il voto di fiducia del Senato Governo e Parlamento “archiviano” la seconda lettura del ddl di riforma del processo penale, licenziata per l'Aula dalla commissione Giustizia di palazzo Madama ad agosto 2016, mentre il via libera della Camera risale al settembre del 2015. Il cammino parlamentare della riforma è stato ostacolato dalle dure critiche di Anm e penalisti e frenata dai veti incrociati interni alla maggioranza tra centristi e dem, in particolare sui “nodi” prescrizione e intercettazioni, su cui è tornato questa mattina anche il ministro per gli Affari regionali ed ex sottosegretario alla Giustizia, Enrico Costa (Ap-Ncd) auspicando «ulteriori miglioramenti sul tema della prescrizione» nel passaggio finale della riforma alla Camera. Le polemiche sono scoppiate nuovamente ieri anche tra maggioranza e opposizione, nel corso della discussione generale sul provvedimento, alimentate sia dal leader del M5S Beppe Grillo («legge vergogna per uno stato di diritto») che da Forza Italia (per Francesco Paolo Sisto «imporre una fiducia politica su norme penali è semplicemente una vergogna»).

Riforma «prioritaria» per Gentiloni e Orlando
La riforma rientra tra le priorità dichiarate del Governo Gentiloni oltre ad essere una “norma bandiera” del Guardasigilli Andrea Orlando, che ne ha fatto uno dei capitoli più rilevanti della sua politica per la Giustizia. Il premier sembra più determinato del suo predecessore Renzi a mandare in porto il pacchetto di misure che interviene su molti dei temi “caldi” del dibattito politico: dalle norme su intercettazioni, ascolti con trojan horse e inasprimento delle pene per furti e rapine ai tempi prefissati per le indagini preliminari.

Prescrizione sospesa per 18 mesi dopo ogni giudizio
Uno dei temi che hanno maggiormente diviso la maggioranza evidenziando la distanza tra Pd e l'alleato centrista del Governo Ap-Ncd riguarda la riformulazione dei termini per la prescrizione dei reati. Rispetto all'ipotesi inziale (prevista dal ddl Ferranti confluito nella delega) di sospendere il corso della prescrizione per due anni dopo la condanna di I° grado e per un anno dopo la sentenza di II° grado (insieme all'aumento della metà dei tempi di prescrizione per i reati di corruzione) si è arrivati ad una soluzione di compromesso sancita in commissione Giustizia del Senato la scorsa estate. In pratica, ed esclusivamete in caso di condanna in I° grado, è prevista la sospensione della prescrizione per 18 mesi dopo la sentenza sia di I° che di II° grado, ma i tempi decorrono dal termine per il deposito delle motivazioni. I termini ricominciano però a decorrere nel caso di sentenze riformate o annullate.

L’«indagine breve» osteggiata dalla magistratura associata
Altro punto assi controverso della revisione del processo penale riguarda la cossiddetta “indagine breve”, per garantire tempi certi alle indagini preliminari evitando lungaggini che possono anche pesare sulla prescrizione del reato. In base alle nuove norme, «entro tre mesi» (prorogabili per altri tre) dal deposito degli atti, i Pm dovranno scegliere tra chiedere il rinvio a giudizio o l’archiviazione, pena «l’avocazione obbligatoria» dell’inchiesta da parte del Procuratoregenerale presso al Corte d’Appello. La novità si applicherà solo alle notizie di reato iscritte dopo l’entrata in vigore delal legge. In caso di indagini relative a reati di mafia la durata delle indagini preliminari è invece fissata a 15 mesi. Attualmente il termine per le indagini preliminari per reati non mafiosi è di sei mesi, proprogabile per altri sei. Le nuove norme sono duramente osteggiate dalla magistratura associata, da mesi mobilitata per evitare uan stretta sui tempi di indagine che potrebbe avere ricadute negative sul funzionamento degli uffici e aumentare il rischio di procedimento disciplinare a carico delle toghe in caso di ritardo.

La stretta sulle intercettazioni “irrilevanti”
Oltre ai tempi stretti per l'esercizio della delega, la riforma del processo penale assegna al Governo anche un complessivo intervento sulle norme relative alle intercettazioni. L'obiettivo è quello di garantire una maggiore riservatezza degli indagati e delle persone coinvolte nelle indagini evitando la pubblicazione degli “ascolti” irrilevanti o riguardanti persone estranee all'inchiesta. In pratica, il pubblico ministero dovrà selezionare ed escludere dalla documentazione da inviare al giudice a sostegno della richiesta di misura cautelare tutti gli atti e i dati non pertinenti alla responsabilità dei procedimenti per cui si procede oppure considerati irrilevanti ai fini delle indagini perché riguardanti fatti o persone estranee alle indagini. Tale documentazione “irrilevante”, custodita in «apposito archivio riservato», rimarrà a disposizione della difesa: i legali degli indagati potranno esaminarlo o ascoltarlo, ma non chiederne copia. In base ai principi fissati dalla delega è prevista poi la punibilità con la pena del carcere fino a 4 anni per il delitto di «diffusione, al solo danno di recare danno alla reputazione o all'immagine altrui» di riprese audio e registrazioni abusive, ovvero effettuate fraudolentemente. Un modo per limitare l'abuso delle registrazioni nascoste anche da parte di normali cittadini, con una stretta che i Cinque Stelle considerano «uno degli aspetti più pericolosi del provvedimento. Sul fronte dei virus informatici Trojan horse, infine, gli inquirenti dovranno attenersi alla normativa prevista per le intercettazioni ambientali.

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