rating24

Riforme, da Letta a Conte 349 decreti attuativi ancora in attesa

Gli 11 provvedimenti varati dall’attuale esecutivo richiedono 290 norme applicative. Di queste, solo 70 (pari al 24,1%) sono arrivate al traguardo. Ne mancano 22 e 81 sono già scadute

di A. Cherchi, A. Marini, M. Paris


default onloading pic

4' di lettura

Mentre la strana crisi di governo è ancora lontana dalla soluzione, sospesa tra una riconferma di Giuseppe Conte, un nuovo esecutivo e il ritorno alle urne, l’unica certezza è che chiunque sarà a Palazzo Chigi dovrà fare i conti con l’attuazione delle riforme che hanno ottenuto finora il disco verde dalla maggioranza giallo-verde.

Gli undici provvedimenti varati negli oltre 14 mesi trascorsi dall’insediamento di Conte a Palazzo Chigi – dal Dl dignità fino al crescita e al sicurezza bis, passando per la manovra 2019, quota 100 e reddito di cittadinanza – richiedono infatti 290 decreti per rendere pienamente operativo l’impianto normativo. Di questi, ne sono arrivati al traguardo 70 (il 24,1 per cento, quasi uno su quattro). Ne mancano all’appello ancora 220, di cui 81 già scaduti.

Dallo sblocca-cantieri al sicurezza bis

Il tasso di attuazione, fermo a prima della crisi di governo, è quindi leggermente sceso rispetto a due mesi fa, data dell’ultimo monitoraggio effettuato dal Sole24Ore (si veda il quotidiano dell’11 giugno), quando il valore si era assestato al 25 per cento. Questo perché nel frattempo lo stock delle misure attuative è salito, passando da 204 ad, appunto, 290: da giugno ad oggi sono giunti al traguardo quattro ulteriori misure di peso, vale a dire il decreto sblocca-cantieri, la riforma della Pubblica amministrazione (la cosiddetta legge sulla «concretezza»), il decreto crescita e il sicurezza-bis. Un discorso che però non può tralasciare il fatto che le riforme sono appese all’attuazione solo in parte, visto che circa il 50% è comunque auto-applicativo.

Come già avvenuto per gli esecutivi passati,il provvedimento che si porta dietro più decreti attuativi da varare è la legge di Bilancio. Quella licenziata a fine 2018 dal Governo Conte ne prevede 111, di cui appena il 31,5% ha ricevuto il via libera. Mancano all’appello ancora 76 atti, di cui 36 scaduti. Bisognerà ora accelerare in autunno, visto che, tempi della crisi di governo permettendo, a metà ottobre inizierà la sessione di bilancio che dovrà portare entro dicembre a varare la nuova manovra, quella del 2020.

L’attuazione delle riforme della XVII e XVIII legislatura

Se poi oltre alle misure del governo giallo-verde si traccia un bilancio complessivo con le riforme della scorsa legislatura (la cui attuazione è stata comunque portata avanti nell’ultimo periodo dai ministeri competenti) firmate dagli esecutivi di Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, lo stock complessivo di atti da varare sale a quota 1.228. Di questi hanno ricevuto il via libera 879 (il 71,6%). Ne mancano quindi all’appello 349. Rispetto a giugno (74,9%), il tasso di attuazione è sceso, ritornando di fatto ai livelli di quasi 6 mesi fa (si veda il Sole24Ore del 6 marzo). Una conseguenza del fatto che nel frattempo si sono aggiunti quasi cento decreti da varare.

Guardando all’eredità del passato, i tre esecutivi della precedente legislatura avevano prodotto un carico - sempre con riferimento alle misure per la crescita - di 938 provvedimenti applicativi. Una parte dei quali passati in eredità al Governo Conte, che ha proseguito l’opera di attuazione. Le misure varate da Letta sono praticamente arrivate tutte al traguardo (a fine marzo il tasso di attuazione era al 96,7%), quelle di Renzi sono salite al 91,5 e le riforme di Gentiloni hanno toccato il 65,1 per cento.

Va, poi, considerato che quanto più lo stock di decreti attuativi risale nel tempo, tanto più si può assottigliare per cause “fisiologiche”: alcuni interventi possono, infatti, risultare inutili perché sorpassati da misure più recenti. Come vuole la normale dialettica legislativa.

L’ATTUAZIONE DELLE RIFORME DEL GOVERNO CONTE E DEGLI ESECUTIVI PRECEDENTI

L’ATTUAZIONE DELLE RIFORME DEL GOVERNO CONTE E DEGLI ESECUTIVI PRECEDENTI

In attesa della web tax e del Patto per il lavoro

Tra i provvedimenti attuativi delle riforme del governo Conte che attendono ancora il via libera, c’è la web tax, che necessita di un decreto ministeriale (previsto dalla manovra 2019) che doveva arrivare entro il 30 aprile scorso. Qui a pesare sui ritardi c’è anche il mancato accordo in sede europea sulla tassazione dei giganti del web. Sempre legato alla manovra 2019, è il decreto del presidente del consiglio con le modalità per la revisione del sistema delle concessioni demaniali marittime. Anche qui il testo doveva arrivare entro il 30 aprile, ma al momento è solo allo stato di “schema” negli uffici ministeriali (previsto un albo e il rating per assegnare le concessioni).

Al provvedimento su Reddito di cittadinanza e quota 100 mancano ancora gli indirizzi e modelli nazionali per la redazione del Patto per il lavoro e vanno definite le modalità di accesso al credito di imposta riconosciuto al datore di lavoro che comunica alla piattaforma digitale dedicata al Rdc la disponibilità di posti vacanti. Mentre attende ancora il via libera definitivo il Dpcm con i criteri per l’anticipo dell’indennità di fine servizio (Tfs) per i dipendenti pubblici che vanno in pensione anticipata.

Sono già scaduti poi i termini fissati dal Dl Crescita per le linee di attività del “Piano grandi investimenti» nelle Zes (zone economiche speciali), per il credito d’imposta per la partecipazione alle fiere internazionali delle Pmi e per la documentazione per il patent box. Attesa poi, anche se non ancora scaduta, l’attuazione della mini Ires.

Ancora incompleta la fase uno del pacchetto sicurezza: in stand by, tra le altre norme, l’istituzione di sezioni della “Unità Dublino” presso le prefetture e l’elenco dei Paesi di origine sicuri per la valutazione delle domande di asilo.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...