mercati e riforme

Riforme, i mercati chiedono sprint non retromarce

di Isabella Bufacchi

4' di lettura

I mercati tollerano i colpi di scena tipici del rischio-Italia. Ma la retromarcia sulle riforme strutturali già fatte, questo sì, può mandarli fuori asse. Il 2017 è l’anno del rischio politico, il più imprevedibile e il più inafferrabile di tutti i rischi che gli operatori finanziari sono chiamati a gestire, valutare e “prezzare” nel rapporto tra rischio e rendimento. Avverto un’amara rassegnazione nei toni di chi opera sui mercati e commenta come andrà quest’anno: “non lo so, troppe le incognite”, è costretto ad ammettere citando Trump, Brexit, le elezioni in Germania, in Francia, in Olanda. L’Italia, nel calendario 2017, finora non risultava in cima alle preoccupazioni dei mercati. Non che il rischio-Italia non pesi: pesa enormemente, se non altro perché il debito/Pil al 133% e lo stock di debito pubblico oltre i 2.200 miliardi rende l’Italia un Paese membro dell’euro troppo grande per essere salvato e quindi troppo grande per andare in default. Ma questo rischio estremo, quello vissuto nel 2011 con l’Italia che torna sull’orlo del baratro, è uscito al momento dai radar dei mercati. Finché la Bce continuerà a comprare i BTp,ed è opinione prevalente che questo dovrebbe accadere anche per buona parte o tutto il 2018 per via di un tapering molto soft, lo spread non si muoverà più di tanto.

Peter Chatwell, responsabile della strategia sui tassi europei a Mizuho, avverte tuttavia che il mercato potrebbe iniziare a scontare nei prezzi già dal marzo di quest’anno l’avvio di un vero e proprio tapering nel 2018, e questo non farebbe bene ai BTp e al rischio-Italia. E le elezioni francesi, con la Le Pen che sbandiera la ridenominazione dei debiti pubblici in valute nazionali, avranno un impatto negativo sullo spread BTp/Bund, a prescindere dalle vicende interne italiane. Il costo della raccolta per il Tesoro nonostante il Qe può salire quest’anno sulla parte lunga della curva, anche solo di riflesso per i movimenti dei Treasuries americani, ma protetto dallo scudo del Qe non andrà lontanamente vicino ai livelli che minano la sostenibilità dei conti pubblici.

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L’Italia ha pesato meno nel menu delle incertezze politiche 2017 dei mercati, perché il piatto più forte è Donald Trump, che deve dare conferma alle promesse fatte in campagna elettorale, soprattutto quelle che potenziano il Pil americano. Le altre grandi preoccupazioni di natura politica sono quelle europee già segnate nel calendario, le elezioni in Olanda, Francia e Germania: tale e tanta è l’enfasi su questi punti interrogativi che addirittura gira una ricerca, prodotta da una grande banca, che fa proiezioni su dove andranno i tassi nel caso fosse la Francia a uscire dall’euro.

Il referendum sul Jobs Act ha invece riacceso il campanello d’allarme sull’Italia ma con l’aggravante che questa volta si è aggiunta una spia lampeggiante nuova che oltre al timore - comunque già nell’aria e scontato perché tipico del nostro Paese - che anche l’Italia potrebbe quest’anno andare alle urne con elezioni lampo, con l’incognita di una legge elettorale che ancora non c’è e che lascia aperta l’ipotesi di una vittoria del M5S. Con il dibattito su questo referendum i mercati devono iniziare a monitorare un rischio nuovo, che è quello dello smantellamento delle riforme strutturali già fatte: una retromarcia che è intollerabile in un paese che anche quest’anno crescerà poco. I più pessimisti vedono il Pil italiano quest’anno a un magro +0,5% mentre per Hsbc l’Italia è il Paese che crescerà meno di tutti nel 2017 tra oltre trenta Stati di un’Europa allargata fino a comprendere Turchia e Russia.

I mercati si erano abituati al passo lento, incerto, contrastato delle riforme in Italia: ma non potranno tollerare che si torni indietro su quanto fatto, che è già insufficiente a rilanciare il Pil. «Un referendum per smantellare il Jobs Act sarebbe preso malissimo dai mercati, per gli investitori esteri sarebbe peggiore del referendum sulla riforma costituzionale perché in quel caso il “no” è stato interpretato come un voto contro Renzi e non contro le riforme. Sul Jobs Act sarebbe invece un voto contro l’attitudine riformatrice di un governo», commenta Fabio Fois, European senior economist di Barclays che segue l’Italia.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha giocato un ruolo importante «perché ha agito per tranquillizzare i mercati, a favore della stabilità», e questo ha funzionato, finora. Secondo Fois, se vi fossero elezioni lampo in Italia quest’anno per i mercati questo di per sé non sarebbe destabilizzante, purché i mercati «abbiano la certezza che la legge elettorale non consenta al M5S di andare al potere. Le elezioni sono positive se portano alla formazione di un governo stabile pro-riforme strutturali».

Il rischio politico in Italia, che domani torna sotto i riflettori dei mercati per il verdetto di Dbrs sulla minaccia di declassamento sulla A-low, con lo scampato pericolo del referendum sull’articolo 18 del Jobs Act comunque si complica: oltre al populismo, ai partiti anti-euro, ai movimenti anti-sistema, allo stallo in Parlamento e ai governi instabili, il colpo di scena è la retromarcia sulle riforme strutturali già fatte.

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