Le sfide del Paese / 2

Riforme strutturali e Recovery Fund per crescere del 3%

di Mario Baldassarri

(Adobe Stock)

3' di lettura

Il governo Draghi deve presentare entro aprile il programma per l’utilizzo del Recovery Fund con progetti, numeri e date ben definiti e questo va inserito e scritto dentro il Documento di economia e finanza (Def) 2021.

Rispetto a tutti gli esecutivi passati, quest’anno il governo Draghi deve svolgere il suo compito istituzionale e politico fronteggiando una forte novità-discontinuità e cioè la disponibilità di cospicue risorse provenienti dai fondi europei. Tra prestiti
e fondi perduti sono circa 40 miliardi di euro all’anno per
sei anni dal 2021 al 2026.

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Il Recovery Plan prevede in parallelo la realizzazione di riforme “interne”: sistema fiscale, giustizia civile, pubblica amministrazione.

Quindi anche queste riforme devono essere definite, quantificate e incorporate nel Def.

Nel suo Rapporto di aprile sull’Economia italiana, il mio centro studi Economia Reale ha proiettato l’orizzonte temporale al medio-lungo termine, dal 2021 al 2028. Fondi europei e riforme in Italia richiedono infatti una valutazione guardando “alto e lontano”.

I più rilevanti risultati che abbiamo ottenuto sono i seguenti.

1 Un efficace, corretto e consistente utilizzo del Next generation Eu (Ngeu) darebbe un forte impulso di ripresa che ci porterebbe a recuperare il livello di Pil reale del 2019 nel corso del 2023. Tale spinta propulsiva, essendo il Ngeu per ora uno strumento temporaneo e definito nei tempi, tenderebbe però a esaurirsi nell’arco di quattro anni. L’economia italiana dopo il recupero tornerebbe a crescere a tassi modesti e asfittici. Il tasso di disoccupazione si ridurrebbe in misura limitata a circa il 9%, ma rimarrebbe bloccato su tale livello fino al 2028. Il rapporto debito/Pil si ridurrebbe, ma resterebbe al 140% nel lontano 2028.

L’impulso “esterno” proveniente dai fondi europei è assolutamente necessario... ma non è di per se stesso sufficiente. Potremmo dare un significativo impulso alla ripresa, ma continueremmo ad avere un bilancio pubblico italiano che, non modificando livelli e composizione della spesa e delle tasse, continuerebbe a esercitare una negativa distorsione delle risorse. Avremmo cioè dato “dall’esterno” un colpo importante all’acceleratore, ma continueremmo ad avere “all’interno” un freno a mano tirato. Quindi, non di solo Ngeu può riprendersi strutturalmente l’Italia.

2 Per avere una crescita strutturale di medio-lungo termine è necessario realizzare le riforme: fisco, giustizia, pubblica amministrazione. Una riforma fiscale di entità pari a 60 miliardi di euro che, a partire dal 2023, riduca il carico fiscale su famiglie e lavoratori di circa 40 miliardi di euro e il cuneo fiscale e contributivo per le imprese di circa 20 miliardi di euro non può essere finanziata con i fondi europei e va totalmente coperta con coraggiosi tagli
agli sprechi e alle malversazioni di spesa pubblica, che in tutti i nostri precedenti Rapporti abbiamo indicato in precisi capitoli di spesa, e con recupero di evasione fiscale con gli strumenti di incrocio dei dati e deducibilità fiscali che abbiamo anche questi indicato negli anni scorsi.

Gli effetti economici della riforma della giustizia civile e di quella della pubblica amministrazione sono difficilmente misurabili attraverso i modelli econometrici. Sta di fatto però che da più parti e con numerosi studi di almeno due decenni si è sostenuto che il loro contributo alla crescita della Produttività totale dei fattori è stimabile in non meno dell’1% di Pil. Abbiamo ipotizzato che tale effetto possa partire dal 2023 con un mezzo punto percentuale per poi consolidarsi negli anni successivi.

Le tre riforme strutturali qui riferite (fisco, giustizia, pubblica amministrazione), dopo il positivo impulso alla ripresa che ci deriverebbe da un uso pronto ed efficiente dei fondi europei, ci porterebbero su un percorso strutturale di sviluppo superiore al due e mezzo per cento, forse attorno al 3% all’anno.

Solo così la disoccupazione scenderebbe in modo più consistente e avremmo un tasso al 6,5% nel 2028 con riassorbimento di cassa integrazione e innalzamento del tasso di partecipazione.

I risultati ottenuti dimostrano che usare presto e bene i fondi europei e fare le riforme strutturali sono i due binari che dobbiamo percorrere in parallelo per portare il treno Italia a crescere al 3 per cento. Questo consolida tutte le nostre condizioni di finanza pubblica e rende sostenibile il nostro debito pubblico. Il rapporto debito/Pil scenderebbe di oltre cinque punti percentuali all’anno e si porterebbe al 115% nel 2028.

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