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Riformisti contro sinistra: cosa sta succedendo nel Pd dopo il voto?

Un partito di sinistra alleato con Conte per un polo alla Mèlenchon che ritenga prioritaria la rappresentanza dei ceti più deboli ed emarginati o un partito riformista con vista centro che ritenga prioritaria la sfida del governo? È lo scontro ideale che fa da sfondo al confronto interno che porterà alla celebrazione del congresso e a una nuova leadership nei primi mesi del 2023

di Emilia Patta

Letta: "Non ho raggiunto obiettivo"

4' di lettura

Sciogliere e rottamare il Pd come se fosse una bad company per creare una “cosa rossa” che corra all’abbraccio con il M5s di Giuseppe Conte, come suggerisce neanche troppo tra le righe l’ex premier Massimo D'Alema in un’intervista al Fatto quotidiano? Oppure tornare alle origini della vocazione maggioritaria del 2007-8, ossia il Pd «soggetto post-ideologico, riformista, con forte ancoraggio nei valori della sinistra democratica, che punti a ottenere il consenso per governare», come rimarca il primo segretario Walter Veltroni in un'intervista alla Stampa?

L'effetto “vintage”: dopo 15 anni ancora D'Alema e Veltroni

A 15 anni dalla sua nascita il Pd si avvia all’ennesimo congresso per scegliere l’ennesimo segretario - il decimo - senza aver sciolto i nodi originari. E l’effetto è davvero “vintage”, con la sinistra pro M5s di Conte e con i riformisti pro Terzo polo di Carlo Calenda e Matteo Renzi l’un contro l'altro armati proprio come ai tempi di D’Alema e Veltroni. Entrambi provenienti dal Pci-Pds-Ds, il primo non ha mai veramente creduto nel progetto del Pd veltroniano e aveva già allora dichiarato di accettarlo per necessità, mentre il secondo ha puntato tutto sulla costruzione di una casa dei riformisti che unisse le culture socialista, cattolica e liberaldemocratica. Una casa che tuttavia non sembra avere solide fondamenta: una parte dei riformisti è da tempo uscita dal partito, a cominciare dall’ex premier e segretario Renzi e dal suo ex ministro Calenda, e l’altra parte non si sente troppo bene se anche un grande vecchio dell’area cattolica come Beppe Fioroni è sceso in campo in queste ore per lanciare il suo grido d’allarme: «Non abbiamo certo chiuso Ds e Margherita per andare a fare i gregari di Conte. Noi dobbiamo cercare una dialettica positiva con Calenda e Renzi».

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Una sinistra alla Mèlenchon o la sfida al centro per il governo?

Un partito di sinistra alleato con Conte per un polo alla Mèlenchon che ritenga prioritaria la rappresentanza dei ceti più deboli ed emarginati o un partito riformista con vista centro che ritenga prioritaria la sfida del governo? Chiaro che la scommessa di Veltroni 15 anni fa era creare un partito che fosse entrambe le cose, ma è anche chiaro che forse «l’amalgama non è riuscito», come ebbe a dire già allora D'Alema.

Verso il congresso: capicorrente e sinistra contro l'ascesa di Bonaccini

Questo lo scontro ideale che fa da sfondo al confronto interno che, con la direzione convocata dal segretario Enrico Letta, porterà alla celebrazione del congresso e a una nuova leadership nei primi mesi del 2023. In campo per l’area riformista c'è già il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini: appoggiato dagli ex renziani di Base riformista e da una vasta rete di sindaci e di amministratori locali, la sua candidatura spaventa non solo la sinistra del partito ma anche i capicorrente che di sinistra non sono (da Dario Franceschini ad Andrea Orlando, da Nicola Zingaretti a Beppe Provenzano): tutti intenzionati a tenersi ben strette le chiavi del partito. Della “ditta”, per usare la famosa espressione dell’allora segretario Pier Luigi Bersani.

Le spinte per allungare i tempi del congresso e ritardare così la “conta”

Da qui le varie proposte giunte in queste ore di scioglimento del Pd, o di una sua non meglio specificata rifondazione, con la malcelata intenzione di allungare i tempi del congresso e impedire così a Bonaccini di prendere il controllo della “ditta”. Almeno finché non si sia palesata una candidatura in grado di competere davvero (la giovane Elly Schlein, molto vicina a Letta, è ritenuta “debole”, ma forse soprattutto troppo indipendente). E da qui, anche, le riemergenti proposte di abolire le primarie aperte agli elettori per far scegliere il segretario solo agli iscritti: chiaro che con i gazebo aperti a tutti la leadership diventa davvero contendibile, come ha dimostrato la vicenda politica di Renzi.

Letta e l'orgoglio dem: «Siamo il secondo partito, tra i maggiori in Ue del campo progressista»

Che cosa farà Letta? Di certo il segretario non si può considerare un amico di renziani ed ex renziani, ma è anche certo che non vuole sentir parlare di scioglimento o liquidazione. «Siamo il secondo partito italiano, la forza guida dell'opposizione e uno tra i maggiori partiti riformisti e progressisti europei», ricorda a chi mette l'accento solo sulla sconfitta elettorale dimenticando che il Pd ha comunque ancora quasi il 20% dei consensi e che il M5s tanto evocato ha letteralmente dimezzato i suoi consensi rispetto al 2018. Da qui occorre dunque ricominciare, per Letta, avviando il percorso di un vero e proprio congresso «costituente» in quattro fasi che rimetta in discussione tutto, compresi nome e simbolo (anche se Letta è per lasciare il simbolo così com’è, «perché racconta il servizio all’Italia»), per poi celebrare il rito tradizionale delle primarie aperte: «Saranno i cittadini, alla fine del percorso, a indicare e legittimare la nuova leadership attraverso il voto: il nuovo gruppo dirigente ha bisogno di forte legittimazione», ribadisce.

La missione (impossibile?) del segretario: salvare primarie e unità del partito

In fin dei conti quella di Letta in questa fase appare sempre di più come la missione - secondo molti impossibile - di tenere unito il partito evitando spaccature sulla questione delle alleanze e salvaguardando sia lo statuto sia lo strumento delle primarie. «Serve un tempo congruo - è la proposta di Letta - Ma non si può arrivare alle Calende greche: l’obiettivo è chiudere a febbraio-marzo 2023, entro l’inverno». Ma sono in molti a pensare che stavolta il redde rationem tra sinistra e riformisti sarà definitivo: chi perderà il confronto congressuale farà probabilmente le valigie, o per unirsi a Conte o per raggiungere Calenda e Renzi nella nuova casa (casetta?) dei riformisti. Con buona pace del sogno veltroniano.


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