Il business delle consegne

INTERNAZIONALIZZAZIONE

Rigoni investe 28 milioni per il biologico in Bulgaria

di Barbara Ganz


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5' di lettura

La giovane addetta alla tracciabilità, l’operaio che dà il via all’impasto della Nocciolata, il neoassunto entrato in azienda il primo aprile scorso, dopo 30 anni in Pernigotti. Tutti sul volo per Sofia, capitale della Bulgaria. Rigoni – una delle prime imprese italiane a investire nel Paese prima ancora che si parlasse di entrata nella Ue – accompagna i dipendenti a vedere e toccare con mano da dove arriva parte della materia prima che finisce in marmellate e succhi. Un modo, anche, fare squadra.

Rigoni è una storia di forte legame con il territorio, quello dell’Altopiano di Asiago, dove nel 1923 la capostipite, Elisa Rigoni, trasforma la passione per l’apicoltura in attività imprenditoriale (ancora adesso i vasetti hanno la forma esagonale delle celle delle api). Due gli stabilimenti italiani, a Foza e Albaredo d’Adige (Verona), per 104 dipendenti (il 25% è forza lavoro femminile). L’ultimo fatturato consolidato è di 119 milioni. Ma per crescere, negli ultimi anni, si guarda ai mercati esteri. «Rigoni vende in 20 Paesi: da zero siamo arrivati a circa il 30% di vendite all’estero» spiega Cristina Rigoni (nessuna parentela, il cognome è diffusissimo in zona: in azienda è entrata da neolaureata). Dopo la filiale commerciale Usa, nel 2011, è stata aperta quella francese, nel Paese che è il più importante mercato estero: «Solo la Nocciolata vale l’85% del nostro fatturato francese. Ora ci stiamo aprendo al Medio Oriente, dove è alto il consumo di dolci; abbiamo la certificazione Kosher e stiamo valutando quella Halal. Siamo presenti in Cina, dove abbiamo ottenuto la certificazione bio che è molto impegnativa, e in Giappone, soprattutto per la grande comunità internazionale presente».

In 95 anni di storia, e tre generazioni, una trasformazione globale. Dal 19 luglio 2018 nella proprietà è entrato come socio di minoranza il fondo lussemburghese KC Next Food S.c.a. (Kharis Capital) al 42,7 %. Dalle origini la produzione si è diversificata rispetto al solo miele: nel 1996 debuttano le Fiordifrutta, che in 10 anni diventano leader di mercato in Italia. Nel 2008 vengono lanciati Dolcedì e Nocciolata, che scala il mercato delle creme spalmabili. Tutto, rigorosamente, bio.

Il miele è 100% italiano, ma per la frutta – oltre il 50% arriva dall’Italia - occorre guardare anche oltre i confini. «Tutto è iniziato con una semplice importazione di mirtilli, poi, grazie anche ai consigli di un dipendente bulgaro di Rigoni in Italia, l’intuizione di coltivare in prima persona al fine di ottenere un controllo totale della filiera», spiega Giacomo Cera, Cfo. Oggi Rigoni è presente in Bulgaria con diverse società agroalimentari: Ecoterra, Biofruta e Biotop si occupano di produzione e commercializzazione di frutta biologica su 1.400 ettari che spaziano fra la provincia di Montana, Berkovitsa, vicino al confine con la Serbia, e la zona di Pazardzhik, centro agricolo fra Sofia e Plovdiv, la seconda città della Bulgaria che è capitale europea della Cultura 2019. Proprio a Pazardzhik a settembre 2004 è stato inaugurato uno stabilimento per la prima lavorazione e surgelazione: 12mila metri quadri in cui arriva la frutta, viene lavata, selezionata, passa attraverso macchine laser e perfino metal detector e quindi viene per fasi congelata fino a meno 22 gradi e stoccata in celle dalle quali – senza sbalzi di temperatura che ne mettano a rischio la qualità – viene spedita in Italia dove avviene la produzione. Nel 2010, con un ulteriore investimento di 4 milioni di euro, il sito bulgaro è stato potenziato per arrivare a una capacità di 3mila tonnellate annue di frutta surgelata. Le società bulgare impiegano 80 persone fisse e diverse centinaia di operai agricoli stagionali, con punte di 500 persone in campo fra maggio, quando si raccolgono le fragole, e novembre. «Svolgiamo un ruolo anche sociale: molti addetti alla raccolta sono persone di etnia Rom che vivono nelle periferie e non avrebbero altre forme di integrazione né di reddito», spiega Domenico Sancricca, direttore di Rigoni in Bulgaria: bocconiano, esperienze di lavoro in altri settori anche all’estero, ha colto l’occasione quando ha letto su un annuncio la ricerca di un responsabile Paese e ha cambiato vita trasferendosi qui. Non è l’unico: a Kalimanitsa lavorano Romina, agronoma, e il marito Jonathan, responsabile degli impianti. Hanno appena messo a dimora una intera collina di nocciole e mostrano con orgoglio i filari: «Questo è il lavoro che volevo fare e qui ne ho avuto l’opportunità – spiega Romina – Ho frequentato l’istituto agrario e poi l’università, ma dei miei compagni di corso siamo in pochi ad avere un impiego coerente. Una mia compagna lavora in un casello austostradale». Non sono i soli italiani ad avere fatto del Paese delle Rose una casa. A Balova Shuma il responsabile si chiama Roberto, è toscano ed è qui dal 2012; a Karabunar c’è Francesco, friulano: mostra le casette delle api, che non servono per il miele ma solo come impollinatori, e ogni arnia ha il nome di un battaglione degli alpini. Mostra i campi e spiega perché proprio qui si può fare bene il biologico: i confini naturali sono fiumi e foreste, impossibile ogni contaminazione nemmeno se nelle vicinanze si installasse una attività agricola convenzionale. I dipendenti italiani lo seguono alla scoperta delle colture, e dei segnali del biologico: le coccinelle, il campo di papaveri lasciato per far vedere che qui i pesticidi non arrivano. Una gestione complessa: «Fra frutti di bosco e coltivati, ribes, girasoli (per l’olio della Nocciolata, ndr.), uva spina e ciliegie selvatiche, arriviamo a 15 varietà, e ciascuna ha esigenze e tempi diversi- spiega Sancricca – Parte dei terreni sono stati acquistati, parte sono in affitto; e ora c’è tutta la partita dei fondi europei che agevola chi produce qui». Il totale degli investimenti agricoli e industriali del Gruppo Rigoni in Bulgaria ha superato nel 2018 i 28 milioni di euro. Nell’aprile 2000 è stato fondato il comitato consultivo dell’imprenditoria italiana in Bulgaria, e a oggi Confindustria Bulgaria riunisce oltre 250 aziende, da Unicredit, Generali, Edison e Mapei fino a molte medie e piccole. Con 4 miliardi di interscambio l’Italia è il secondo partner commerciale della Bulgaria, e quella italiana è la seconda presenza imprenditoriale straniera per profitto con oltre 9mila aziende a partecipazione italiana (quarta presenza sul totale). Il Paese ha una flat tax al 10% sull’utile di impresa. «L’azienda in Bulgaria mi ha aiutato a salvaguardare l’attività in Italia specialmente nel periodo di grande crisi», spiega Maria Luisa Meroni, presidente di Confindustria Bulgaria, imprenditrice (anche) in Italia, dove è amministratore delegato di Meroni Fratelli e di Mytech Accessories. In Bulgaria guida la Mbm che si occupa di lavorazioni metalliche e per l’automotive, ai confini con la Romania. «Non una delocalizzazione, ma una internazionalizzazione – chiarisce – e così è stato per molte imprese manifatturiere. Da qui abbiamo potuto approcciare nuovi clienti, e sfruttare la posizione strategica della Bulgaria sia per l’Europa che per il Medio Oriente».

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