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Rigore e mercato: i limiti della ricetta voluta dall’Europa per fermare la crisi bancaria

di Marco Onado

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(Reuters)


3' di lettura

La recente decisione della Bce in materia di crediti deteriorati apre uno spiraglio importante nella politica europea su questo delicato problema che ha creato non poche difficoltà alle banche, dei paesi più colpiti dalla crisi come quelle italiane. Passata la grande sbornia dei salvataggi à gogo, la Commissione ha infatti deciso di chiudere improvvisamente la stalla senza curarsi del fatto che nel frattempo erano scappati soprattutto buoi francesi e tedeschi. Le banche italiane sono invece rimaste intrappolate nella politica del rigore solo perché da noi la crisi, dovuta a fattori ciclici e non a follie di carattere finanziario, ha seguito di alcuni anni quella degli altri paesi.

A quel punto le banche, soprattutto italiane, si sono trovate al centro di un vero e proprio fuoco incrociato. La vigilanza europea chiedeva che le perdite potenziali venissero immediatamente riconosciute, per la giusta preoccupazione di evitare che la situazione percepita dal mercato fosse ancora peggiore della realtà. La Commissione escludeva qualsiasi forma di sostegno pubblico e quindi pretendeva che la riduzione di una massa enorme (si era arrivati a un trilione di euro per l'intera Eurozona, ovviamente concentrata nei paesi periferici) avvenisse attraverso la vendita su un mercato ancora in fase di crescita, che comporta perdite ulteriori rispetto al valore di presunto realizzo dei crediti, cioè al loro corretto valore di bilancio. La situazione generale di mercato, dal canto suo, continuava a produrre una redditività di base modesta, nonostante la ripresa economica dell'ultimo biennio e dunque rendeva questi ulteriori sacrifici economici particolarmente pesanti.

Nonostante questo cocktail micidiale di elementi avversi, le banche hanno risposto all'appello. In Europa, il livello complessivo si è dimezzato. Lo stesso è avvenuto in Italia: come ha detto il Governatore Visco all'assemblea dell'Abi, rispetto al picco del 2015, i crediti deteriorati al netto delle rettifiche di valore sono passati da 196 miliardi al picco del 2015 a 88 miliardi nello scorso marzo; la loro incidenza sul totale dei finanziamenti è scesa dal 9,8 al 4,2 per cento.

La Bce dice ovviamente che lo sforzo deve proseguire, ma l'atteggiamento più pragmatico dell'ultima decisione in materia di crediti deteriorati e soprattutto la maggior attenzione alla capacità di ciascuna banca di sopportare la riduzione richiesta nei prossimi anni (si veda il Sole-24Ore del 22 scorso) sono anche il segno di una maggiore attenzione alle esigenze concrete di uno scenario complesso, in cui si mescolano difficoltà congiunturali e strutturali. E infatti la Bce nella sua Financial Stability Review di maggio ha sottolineato con forza due problemi di fondo. Il primo è che il mercato dei crediti deteriorati continua ad essere largamente inefficiente e forse ha già dato tutto quello che poteva dare. Dunque, continua a comportare costi elevati per le banche che intendono disfarsi del fardello. Come non bastassero i costi già sopportati per gli accantonamenti e che, lo dice la Banca d'Italia da tempo, hanno ormai allineato i valori netti di bilancio a quelli di realizzo desumibili dall'esperienza storica.

Il secondo problema è quello di una redditività di base che non solo continua a languire, ma che è minacciata da fattori ciclici e soprattutto dall'incognita dei grandi cambiamenti tecnologici che stanno investendo il mondo della finanza.

A questo va aggiunto, anche se ovviamente la Bce non lo dice, che il preoccupante rallentamento ciclico in atto può portare ad una recrudescenza delle posizioni a rischio.

Insomma la parola d'ordine “rigore e mercato” con cui l'Europa ha deciso di affrontare il problema bancario più grave della sua storia (o se si preferisce con cui si è illusa di farsi perdonare i salvataggi a catena) sta mostrando i suoi limiti. Non a caso, l'analisi di maggio della Bce ributtava la palla nel campo della Commissione, ricordando le misure ancora da realizzare del pacchetto a suo tempo annunciato, fra cui la creazione di una Sgr ad hoc, che potrebbe essere costituita anche con il contributo pubblico senza che ciò costituisca aiuto di Stato, come da tempo si sostiene su queste colonne. Non solo: si ricordava, citando un paper dell'European Systemic Risk Board, che è necessario predisporre per tempo aiuti o forme di rafforzamento patrimoniale per i debitori (quindi per soprattutto per le imprese), in base al sano principio che il problema va affrontato alla radice.

Il nuovo governo dell'Europa uscito dalle elezioni di maggio e quello che si sta formando in Italia hanno una grande responsabilità: l'apertura della Bce dietro il tecnicismo della materia, è uno spiraglio che può portare a risolvere finalmente il problema principale delle banche europee. Ma sono solo interventi strutturali ed efficaci della politica che possono spalancare la porta verso la soluzione di un problema sempre più delicato. L'Europa non può permettersi di avere un sistema bancario (a cominciare da quello tedesco) così debole.

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