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Rijksmuseum: Barocco sobrio e riciclabile

La singolare scelta degli architetti italiani Andrea Trimarchi e Simone Farresin di allestire la mostra sul Seicento romano solo con materiali rinnovabili

di Fulvio Irace

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Una delle sale della mostra allestita al Rijksmuseum di Amsterdam

La singolare scelta degli architetti italiani Andrea Trimarchi e Simone Farresin di allestire la mostra sul Seicento romano solo con materiali rinnovabili


3' di lettura

È un barocco tinto di rococò quello presentato al Rijksmuseum di Amsterdam nell’allestimento della mostra sul primo barocco romano dai due designer italiani (Andrea Trimarchi e Simone Farresin) dello studio Formafantasma. Una insolita palette di tenui colori pastello fa da fondale a una settantina di quadri e sculture provenienti da collezioni private e da musei di tutto il mondo, con capolavori di Caravaggio, Bernini, Orazio Borgianni, Annibale Carracci, Artemisia Gentileschi, Guercino, Bartolomeo Manfredi, Guido Reni, eccetera che il curatore Frits Scholten ha chiamato a raccolta raggruppandoli in otto sezioni, ognuna dominata da una coppia oppositiva: meraviglia e stupore, orrore e terribilità, amore e visione, passione e compassione, moto e azione, vivacità e scherzo.

Fuoco della mostra è la Roma delle prime decadi del XVII secolo, quando una nuova generazione di artisti ambiziosi e di smisurato talento (a partire dal pittore Caravaggio e dallo scultore Bernini) scossero la cultura artistica della città rivoluzionandola dalle fondamenta. Coniarono nuovi linguaggi, eleganti e terribili allo stesso tempo per la forza delle emozioni che oltrepassava la delicata misura dell’esperienza rinascimentale. Rompendo quei perfetti equilibri introdussero il dramma e la meraviglia degli opposti nella capitale della cristianità che paradossalmente tale rivoluzione seppe alimentare e governare per rafforzare la sua presenza in un mondo contagiato dall’austerità dei protestantesimi. Questo mondo, visto dall’osservatorio dell’Urbe, è stato recentemente ricreato nel palcoscenico di carta dell’ultimo romanzo di Melania Mazzucco - L’architettrice - con minuzia di dettagli e di ambientazioni nella città assediata dalla terribile peste del 1656, che ha la inquietante capacità di ricordarci l’odierno dramma dell’Europa del Covid 19.

Tuttavia non è il dramma a dominare la scena del Rijksmuseum, ma una sorta di indicibile leggerezza: ogni stanza è dominata dalla prevalenza di un colore specifico, secondo un filtro di lettura che assegna al “tono” il ruolo strategico di evidenziare i nessi tra le varie esperienze artistiche, ma anche di suscitare un certo senso di stupore davanti a uno spettacolo per molti versi inatteso. Chi avesse memoria della celebre mostra su Caravaggio del 1951 nel Palazzo Reale di Milano o almeno della più recente I trionfi del Barocco allestita nel 1999 da Mario Bellini con Pierluigi Pizzi nella palazzina reale di Stupinigi, non potrà infatti non rimanere interdetto dalla radicale scelta di rinunciare agli squarci profondi, ai contrasti drammatici di intense luminosità e fosche penombre con cui si sono di solito interpretati i noti precetti di Giovanbattista Marino «è del poeta il fin la meraviglia... chi non sa far stupir, vada alla striglia».

In realtà, qui, ad Amsterdam, la meraviglia sta proprio in quella generale aura di sospensione colorata che avvolge, come una nuvola di Tiepolo, il capriccioso Ragazzo morso dal ramarro di Caravaggio, il Davide e Golia di Borgianni o il cherubino addormentato di Algardi e la Medusa di Bernini.

Una scelta controcorrente che i due allestitori hanno spiegato con la volontà di esporre le opere secondo i modi più tipici del loro tempo: ad esempio, scegliendo di sostituire agli abituali pannelli di legno dipinto, sfondi tessili (realizzati da Kvadrat) che non rendono piatto il colore e, con la materialità delle loro fibre, aggiungono complessità alla visione. Analogamente, usando l’acciaio come supporto per le sculture, hanno introdotto il senso di un materiale industriale in contrasto con la pastosità del marmo. Ogni scultura poggia su dispositivi appositamente disegnati per accentuarne le caratteristiche di stile e d’espressione: sono scatole e basi minimaliste, quasi alla Donald Judd, che portano il segno della contemporaneità dentro il discorso dell’antico e del fatto a mano. Una scelta che non può non ricordare la lezione della museografia italiana del secolo scorso, con i doverosi riferimenti a Franco Albini quando a Genova progetta protesi metalliche per esporre frammenti scultorei o a Carlo Scarpa con i suoi ineffabili sguardi tra opere nella regia insuperata di Castelvecchio o di Palazzo Abatellis.

Ma c’è un altro aspetto che segna nell’allestimento lo spirito del nostro tempo: la sostenibilità. È un tema su cui Andrea Trimarchi e Simone Farresin si sono dedicati con attenzione non priva di qualche polemica con la maniera in cui questo tema della viene oggi affrontato: «Abbiamo lavorato in stretta collaborazione con gli addetti del museo, perché ogni nuova mostra che viene allestita lascia una pesante eredità di materiali di scarto. Abbiano dunque impostato la prospettiva del recupero e del riciclo dei materiali allestitivi sin dall’inizio, disegnano forme e volumi (come quelli dei pannelli, ad esempio) in modo che non comportassero sprechi e difficoltà di reimpiego per usi successivi».

Le pareti dipinte di bianco che stanno dietro i singoli pannelli potranno essere riusate dal Rijksmuseum per almeno altre due mostre, mentre i pannelli stessi potranno essere donati alle scuole che ne hanno fatto richiesta e i sostegni metallici delle sculture saranno interamente recuperabili.

Caravaggio-Bernini. Baroque in Rome,Amsterdam, Rijksmuseum, fino al 13 settembre

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