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Rilanciare la Wto: la sfida impossibile per Okonjo-Iweala

Il complicato percorso delle riforme passa dal triangolo Usa-Ue-Cina

di Gianluca Di Donfrancesco

L'economista nigeriana Okonjo-Iweala arriva alla guida del Wto

Il complicato percorso delle riforme passa dal triangolo Usa-Ue-Cina


4' di lettura

Con un potere limitato e formale, per il nuovo direttore generale della Wto sarà impossibile risolvere i problemi del commercio globale, se ad aiutarla non ci sarà la volontà dei 164 Paesi membri. A cominciare dagli Stati Uniti, che, durante l’era Trump, hanno fatto tutto quello che potevano per paralizzare l’organizzazione simbolo della globalizzazione. Compreso bloccare la nomina alla sua guida dell’ex ministro delle Finanze della Nigeria, Ngozi Okonjo-Iweala.

Quel veto è caduto grazie all’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca. Il 5 febbraio Okonjo-Iweala è rimasta l’unica candidata in lizza, con il ritiro della sudcoreana Yoo Myung-hee. Subito dopo è arrivato il sostegno di Washington. Il 15 febbraio l’ultima formalità: l’economista nigeriana assumerà l’incarico il 1° marzo e il suo mandato, rinnovabile, scadrà il 31 agosto 2025. Sarà la prima donna e la prima africana a guidare la Wto. Nelle prime parole da direttore generale in pectore, ha ribadito la necessità di garantire accesso universale «ai vaccini e alle cure» contro il Covid-19, impegnandosi a mettere l’organizzazione al servizio della ripresa dall’emergenza economica e sanitaria.

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Sfida impossibile

Okonjo-Iweala trova una Wto ridotta quasi all’irrilevanza dal sovranismo economico e dalla guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina. Sa bene che «sono necessarie profonde riforme», come ha ribadito anche ieri in un’intervista alla Cnn. Non sarà facile, però, in una organizzazione che procede per consenso.

Il nuovo direttore generale potrà contare sul ritorno degli Stati Uniti ai principi del multilateralismo, e non è poco, e magari su una possibile convergenza tra Usa e Ue. Le critiche di Washington alla Wto, però, non sono cominciate con l’arrivo dell’ex presidente Donald Trump: da tempo gli Stati Uniti chiedono regole diverse, per permettere alle loro aziende di gareggiare «alla pari» con la Cina, che a 20 anni dall’ingresso nella Wto, non si è ancora trasformata in un’economia di mercato.

Su questo fronte, l’Unione Europea, scioccata dalle spallate unilateraliste di Trump, ha però una posizione simile e la ribadirà nella revisione della sua strategia per il commercio, attesa a giorni: «Il livello al quale Pechino ha aperto il suo mercato non corrisponde al suo peso nell’economia globale e lo Stato continua a esercitare un’influenza decisiva sul sistema economico», si legge in una bozza del paper. Aprire il mercato cinese e affrontare il nodo dei sussidi, con il dialogo invece che a colpi di dazi, sono tra gli obiettivi dell’intesa sugli investimenti siglata (ma tutta da costruire) da Bruxelles e Pechino. Ancora ieri Peter Beyer, consigliere della cancelliera tedesca Angela Merkel, ha affermato che con Washington serve «una tabella di marcia comune per una riforma della Wto, che, tra le altre cose, induca finalmente la Cina a rispettare le regole del commercio internazionale. Le violazioni di queste regole devono essere sanzionate». Per l’ex capo della Wto, Pascal Lamy, la chiave del successo di Okonjo-Iweala sarà appunto nella sua capacità di operare al centro del «triangolo Usa-Ue-Cina».

I fronti aperti

Non sarà facile rivitalizzare la Wto, che con il fallito Doha Round ha esaurito la spinta sugli accordi multilaterali di ampia portata. Le era rimasto il ruolo di “giudice del commercio”, ma anche questo è stato messo in crisi dal boicottaggio di Washington, che ha paralizzato il meccanismo di risoluzione delle dispute tra Stati. L’Amministrazione Trump chiedeva riforme in cambio dello sblocco. L’Europa ha avanzato alcune proposte di compromesso, senza successo. Ora la palla passa all’Amministrazione Biden, che ha già scongelato la nomina del direttore generale. È un inizio.

La guerra dei dazi

L’offensiva lanciata dall’Amministrazione Trump nel gennaio del 2018, con le tariffe su pannelli solari e lavatrici prodotte in Cina e Corea del Sud, ha innescato una guerra dei dazi che si è combattuta soprattutto sul fronte Usa-Cina, ma che non ha risparmiato nessuno. Ne hanno risentito i volumi degli scambi commerciali mondiali, in frenata, con impatto negativo sulla crescita globale. Molte delle misure restrittive del commercio varate in questi due anni sono state contestate alla Wto.

A complicare il quadro, è arrivata la pandemia di Covid-19 e la questione dell’accesso equo e universale ai vaccini.

Gli accordi commerciali

Con il naufragio del Doha Round (il negoziato cominciato nel 2001 per riscrivere le regole globali del commercio e sospeso nel 2006), la Wto non può contare all’attivo trattati particolarmente rilevanti, fatta eccezione per il Trade Facilitation Agreement del 2017. Di fronte all’impossibilità di arrivare ad accordi di portata generale, gli Stati membri hanno accelerato sulle intese regionali e bilaterali. Al nuovo direttore generale si chiederà di rimettere in moto la macchina dei trattati multilaterali: i primi dossier sul tavolo sono la limitazione dei sussidi alla pesca e regole condivise sull’e-commerce.

Il tribunale della Wto

Il meccanismo di risoluzione delle dispute commerciali è il sistema che dirime le controversie tra Stati su dazi e sussidi. La corte d’appello è paralizzata dal dicembre del 2019, quando è rimasto in carica un solo arbitro (scaduto a sua volta nel novembre 2020), a causa del veto degli Stati Uniti, che hanno impedito la nomina di nuovi giudici in sostituzione di quelli a fine mandato. Per formare un panel ne servono tre. Quindi le decisioni di primo grado non possono essere riesaminate e restano inefficaci. Per aggirare il problema, l’Unione Europea ha proposto una corte arbitrale parallela a quella della Wto.

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